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NEL NOME DELLA PAROLA. NOMINARE IL CRIMINE DELLO STERMINIO

Alcune considerazioni sulla scorta delle riflessioni di Giovanni De Martis

"Auschwitz non fu costruito con le pietre ma con le parole"

Abraham Joshua Herschel

1. Non è poi così ovvio, in tempi quali quelli correnti, caratterizzati dall'ipertrofia delle comunicazioni, riscontrare come dietro la dialettica delle parole si celi il pluralismo delle interpretazioni. E che queste siano ancora l'espressione del conflitto degli interessi di cui ogni esercizio di esegesi è, inesorabilmente, anatomia, rappresentazione, sintesi e sublimazione. Interessi, sia detto per inciso, sia simbolici - in quanto ascrivibili alla dimensione dell'espressività emotiva e culturale del soggetto che ne è portatore - che strettamente materiali, ovvero attribuibili alla sfera dei suoi bisogni economici. Per essere più chiari su questo punto: negare, o qualificare alternativamente all'opinione consolidata, un evento tangibile attraverso l'adozione di un lessico o di singoli vocaboli (o, ancora, di una diversa disposizione semantica del linguaggio corrente) risponde ad esigenze che hanno a che fare con la definizione del ruolo di potere del locutore riguardo all'oggetto della sua propria comunicazione. Il nesso tra parole ed ideologie, in questo caso, è più che mai tangibile. Ed in un'epoca quale la nostra, che ha eletto a costrutto ideologico dominante il principio della neutralità delle parole, i conflitti cui esse fanno riferimento e dei quali sono espressione vengono celati, mistificati ed infine negati. La desemantizzazione, ovvero la sovrapposizione confusa e contraddittoria dei significati, la loro reciproca elisione, la perdita di aderenza alla realtà delle vicende umane, segna la scomparsa della cognizione che la parola è carne e che di carne è fatta la vita, tanto più quando essa è offesa dall'operato criminale altrui. Ricostruire i percorsi delle parole, i loro itinerari sociali, culturali e politici, l'uso e l'abuso che di esse si è fatto e si fa, adoperarsi per comprendere la ricchezza e la poliedricità dei modi di dire e definire un evento sono pertanto modi distinti ma a tratti anche convergenti per cercare di dare un senso al processo storico, partendo dalla premessa che all'origine d'esso si colloca il conflitto d'interessi - e il suo reiterarsi in forme inedite ed originali - tra figure sociali diversificate, alle quali corrispondono lingue diverse ma obiettivi comuni. Il nocciolo del potere, di ogni potere, è dato dalla sua capacità di definizione: sovrano è colui che può definire chi e cosa, stabilendo gerarchie e priorità, primazie e subalternità. La competenza a nomenclare soggetti ed oggetti è, in ultima istanza, potere di farli esistere. La parola quindi, lo si sarà compreso a questo punto del discorso, è tutto fuorché un esercizio neutro ed asettico. Così come crea così può distruggere. Essa "proietta una luce particolare sui fatti e non li lascia inalterati" (1). Poiché "dare un nome (...) significa impadronirsi intellettualmente di un avvenimento" (2). E un nome è tanto più efficace quanto più elevata è la sua capacità evocativa. L'evocatività implica il connettere immediatamente, in una frazione di secondo, il locutore agli ascoltatori, secondo un piano che è solo apparentemente razionale ma i cui fondamenti sono prevalentemente emotivi. Il contenuto di ciò che viene detto è tanto più pregnante quanto è più socialmente condiviso il senso attribuito alle parole. E tale senso è tanto più pubblico quanto maggiore è la frazione di emozioni che esso racchiude. Non si ricorda secondo procedure e per oggetti astratti ma per porzioni di esperienza vissuta. Esiste un "linguaggio emozionale" che sopravanza quello concettuale.

La scommessa che si compie quando si nomina la catastrofe dell'ebraismo europeo è di riportare quel dato emotivo che è compreso nell'uso iniziatico della lingua dello sterminio - e le implicite regole e parole che ne costituiscono grammatica e vocabolario - ad una dimensione razionalista, veicolabile ad un pubblico più ampio, obiettivo imprescindibile ai fini di quel lavoro di trasmissione culturale che è alla base di qualsivoglia pedagogia civile. E qui che si evidenziano quelle strozzature della comunicazione che fanno sì che in essa possano essere veicolati significati distorti o frammentati di una storia incomprensibile e incondivisibile se offerta come evento molecolare e non come transito cruciale all'interno di un processo collettivo.

2. La vicenda della distruzione degli ebrei europei e, correlativamente ad essa, il fenomeno della sua ricezione per parte del grande pubblico a distanza di decenni dal suo compiersi, è più che mai un terreno di scontro poichè è evento per sua natura periodizzante per la storia del nostro continente, quindi fattore di legittimazione e di delegittimazione di attori politici, profili ed atteggiamenti culturali, condotte etiche e così via. E' un dato imprescindibile nella coscienza - buona o cattiva che sia - dell'occidente. I suoi echi sono destinati a perdurare nel tempo. Va da sé, tuttavia, che ciò di cui si parla non è l'evento in quanto tale bensì le sue diverse traslazioni rappresentative, le stagioni delle immagini ad esso collegate, poiché è in tali costrutti che si costruisce, rinnova e riverbera socialmente la memoria del passato e, soprattutto, la sua evocatività emotiva, capace di fissarne il ricordo ad un senso attuale, di ancorarlo a significati sociali.

Pertanto l'analisi dei trascorsi dei "nomi dello sterminio" è indagine sulle diverse modalità di ricezione che di esso si è fatto in occidente e, correlativamente, dei distinti momenti culturali e politici che ne hanno contraddistinta l'evoluzione. Non credo che ci si debba accapigliare più di tanto sulla ricostruibilità dei fatti che sono in oggetto della rappresentazione: si può affermare senza tema di smentita che ne esiste una sufficiente descrizione, pervenutaci da quadri visuali ed esperienziali differenziati, e un soddisfacente quadro generale di riferimento. Le molteplici testimonianze, gli innumerevoli documenti, le ampie e circostanziate ricognizione - giudiziarie e storiografiche - consentono di affermare che ci è permessa una percezione esaustiva riguardo alle meccaniche proprie al fenomeno sterminazionista di matrice hitleriana. Questo, ovviamente, non esaurisce il campo della ricerca e il compito dei ricercatori, ma fa sì che ci si possa considerare a buon punto. La configurazione dei gesti e dei sentimenti, degli atti come delle mozioni che presiedettero a quelle scelte il cui esito ultimo fu il genocidio, ha assunto oramai una sua compiutezza. E' affermazione erronea, quindi, quella che persiste nell'attribuire un'alea di inconoscibilità al progetto nazista di stravolgimento demografico dell'Europa. Piuttosto il fuoco dell'attenzione si deve spostare sul piano delle modalità di costruzione delle odierne interpretazioni di quel progetto necrofilo e dei conferimenti di significato che ad esso si intendono offrire. Insomma, se il "come" è relativamente chiaro il "perché" rimane oscuro. Ed è nella questione dell'interpretazione che entra prepotentemente in gioco la questione delle "parole per dirlo".

3. In altri termini, la querelle sul miglior modo di denominare il genocidio degli ebrei è prevalentemente un problema di codificazione della storia, mediante la quale stabilire il rilievo che l'evento deve assumere nella configurazione delle gerarchie morali e politiche dei contemporanei e, soprattutto, nella formazione del senso comune. Tale questione si declina essenzialmente attraverso due obiettivi:

a) confrontarsi con la consunzione semantica che il trascorrere del tempo ingenera nei vocaboli. Ogni parola ha un contenuto cangiante, di generazione in generazione. Può trattarsi di un problema di sfumature ma le "zone grigie" degli idiomi sono tanto importanti quanto quelle della vita delle persone. Il contenuto di un termine è strettamente connesso all'esperienza che gli individui fanno del proprio mondo e della memoria che ad essi è tramandata. Per comunicare in maniera comprensibile e condivisibile bisogna connettersi alle modalità esperienzali degli interlocutori. Altrimenti il fallimento è garantito;

b) sottolineare la specificità dello sterminio degli ebrei, questione strettamente connessa ai criteri che presiedettero alla strutturazione dell'apparato persecutorio nazifascista e alle peculiarità tecnico-organizzative del sistema concentrazionario. Questo punto è in sé ancor più problematico del precedente poiché chiama in causa un corredo di questioni - non sempre riducibili a giudizi di fatto ma legate anche a valutazioni di merito e di valore - da sempre aperte, la cui natura si presta più alla formulazione di quesiti che non di risposte. Tra queste: - la definizione e l'autodefinizione di ebreo; - l'irriducibilità dell'ebraismo diasporico a fenomeno puramente etnico e/o religiosamente caratterizzato. Non esiste in esso un'unità sociologica che permetta di qualificarlo secondo criteri unitari; - l'ideologia della biologizzazione dei rapporti sociali operata a partire dal positivismo ottocentesco e rafforzata dal determinismo razziale dei primi del novecento; - la progressività e cumulatività del percorso sterminazionista, prodotto di un processo di stratificazione decisionale e non di un unico input; - il ruolo dell'ideologia antisemita all'interno di questo. La questione del modo di nominare una tragedia collettiva delle dimensioni della Shoah permane, quindi, più però come progetto ed opportunità che come vincolo. Su di essa si costruisce l'opera di trasmissione dei saperi storici, della memoria e, soprattutto, del valore etico dell'esperienza. La sua centralità è imprescindibile, quindi.

Claudio Vercelli

(1) Sem Dresden, "Persecution, Extermination, Literature" Toronto University Press, Toronto-Buffalo-London 1995, pag.207

(2) Anna-Vera Calimani Sullam, "I nomi dello sterminio", Einaudi, Torino 2001 pag.110