Sia l'operazione contro "Blecchi" che l'attacco all'aereoporto fanno
crescere la fama del "Battaglione Triestino" ma, di conseguenza, provocano
la reazione dei fascisti e dei tedeschi.
I partigiani si installano nei camminamenti sotterranei costruiti dall'esercito
austriaco durante la Prima Guerra Mondiale a Temenizza. Ovviamente occorre cibo,
armi e vestiario ed è Ondina che li raccoglie per consegnarli alle pattuglie
che scendono dalla montagna per ritirarli. Queste operazioni di rifornimento
proseguono ogni notte sin dai primi di febbraio.
Ondina - dopo l'eliminazione di "Blecchi" è risalita in montagna:
è troppo conosciuta e durante l'operazione si è esposta, si sente
più sicura con il "Battaglione". Ma è proprio in una
di queste azioni notturne che come racconta Ondina succede il peggio:
"Dopo
una settimana di permanenza lassù, decisi di scendere con la pattuglia
per provvedermi di alcuni capi di vestiario invernali e incontrare un sostenitore
con cui avevo appuntamento e che mi avrebbe portato medicinali e denaro raccolti,
anche qualche arma. La notte dell'11 febbraio 1944, mentre tornavo al mio battaglione,
venni catturata da un pattuglione di tedeschi in perlustrazione e venni portata
al comando delle SS in piazza Oberdan a Trieste"
(
8).
Ondina non era stata catturata insieme ad altri, cosa che l'avrebbe fatta immediatamente
identificare come partigiana operativa, durante l'interrogatorio raccontò
di essere stata arrestata mentre si recava dal fidanzato. Per venti giorni venne
trattenuta nelle celle del Comando delle SS e poi trasferita al carcere "Coroneo"
ai primi di marzo.
Mentre era in carcere le azioni della Resistenza continuavano in tutta la provincia
di Trieste. I nazisti rispondevano con rastrellamenti e feroci rappresaglie.
Il 27 marzo 1944 a Trieste vennero impiccati pubblicamente quattro partigiani
del "Battaglione Triestino": Sergio Cebroni, Giorgio De Rosa, Remigio
Visini e Livio Stocchi.
Il 3 aprile vennero impiccati settantadue ostaggi in rappresaglia ad un attentato
compiuto dalla Resistenza a Opicina.
Il 29 aprile, per rappresaglia rispetto all'uccisione di cinque tedeschi avvenuta
a via Ghega a Trieste, i nazisti impiccarono altri cinquantasei partigiani.
Tutte le vittime venivano prelevate dal carcere del "Coroneo" come
ricorda nella sua testimonianza Ferruccio Derenzini:
"Da
giorni giacevamo in un tetro sotterraneo delle carceri del Coroneo a Trieste:
la cella della morte". Era la riserva" di ostaggi a immediata disposizione
del comando tedesco della piazza per le rappresaglie agli attentati e sabotaggi
dei gruppi di azione partigiana. In quella cella, stipatissimi, eravamo circa
in cento tra italiani e sloveni; rastrellati, quest'ultimi, nei paesi a nord
di Trieste. C'era con loro anche un giovane prete che a suon di campane aveva
dato il segnale della scorreria tedesca. Noi provenivamo dalle carceri di Fiume.
Era l'aprile del 1944. Una notte le SS spalancarono la porta della cella e chiamarono
uno dopo l'altro cinquanta compagni. Uno di questi che tardava a presentarsi,
perchè non aveva ancora calzato gli stivali, si sentì gridare
in faccia: "Dove vai tu, gli stivali non servono". Capimmo
e ammutolimmo. Il prete si appartò in un angolo della cella per raccogliersi
in preghiera. Li rivedemmo tutti cinquanta, assieme a cinque giovani donne,
cinque partigiane, appesi con il filo di ferro alle ringhiere delle scale di
un palazzo. Per un feroce eccesso di zelo il comandante della piazza aveva fatto
trucidare anche le cinque partigiane come sovrapprezzo "alla regola"
dei dieci per uno; sebbene i tedeschi uccisi da una bomba dei G.A.P. - in Via
Ghega a Trieste - fossero cinque. Rivedemmo penzolanti quei compagni mentre
le SS ci scortavano allo scalo ferroviario per deportarci a Dachau"
(
9).
Ondina era in gravissimo pericolo. L'11 maggio altri undici detenuti del carcere
vennero impiccati dai nazisti. Alla prossima rappresaglia poteva essere il suo
turno.
"Alla fine di maggio ero nell'elenco di
quelle che dovevano essere deportate. Non sembri strano se dico che ne fui contenta,
ma durante la mia detenzione erano accaduti parecchi fatti preoccupanti: il
peggiore era stato il prelievo di alcune detenute e la loro impiccagione per
rappresaglia in via Ghega. Anche l'interprete mi sussurrò che lì
stavano accadendo "brutte cose" e che era meglio così per me.
Della famigerata Risiera ancora non si sapeva quasi niente, si diceva solo che
era un centro di raccolta per la deportazione soprattutto di ebrei. Ma qualcuno
sapeva già qualcosa, l'interprete ad esempio: "Vada via contenta"
- mi disse - "qui stanno accadendo davvero cose molto brutte"
poi aggiunse: "meglio via, lontano di qui che in Risiera".
Il 31 maggio [1944], all'alba partimmo dalla stazione di Trieste, non dal solito
binario (la gente non doveva vedere queste cose!) ma sul binario dei silos da
dove partivano i treni merci. Difatti, da quel momento tali eravamo considerati:
stavano partendo circa duecento pezzi e pezzi ci calcolarono da quel momento,
ma noi non lo sapevamo ancora, per cui credemmo di partire in 200 persone di
cui 40 donne" (
10).
(
8) Testimonianza di Ondina Peteani conservata presso l'Associazione
Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti di Milano, p. 5.
(
9) Per l'intera testimonianza vedi a
http://www.associazioni.milano.it/aned/tr_udine/1983/1-2/pages/1983-1-P-16.htm.
(
10) Testimonianza di Ondina Peteani conservata presso l'Associazione
Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti di Milano.