A questo presupposto si coniugavano più elementi e fattori, di collaudata
come di inedita radice:
- la collocazione geopolitica della Germania nel continente europeo, le sue
antiche aspirazioni e quelle nuove;
- la vocazione a dare corso non tanto a pratiche coloniali, così come
fino ad allora avevano fatto Francia e Gran Bretagna, bensì ad una
colonizzazione integrale dell'Est attraverso il ricorso ad una serie di comportamenti
ispirati ad una volontà egemonica assoluta, con l'obiettivo di integrare,
con la forza, territori e comunità diverse. Non si trattava solo di
occupare e sfruttare delle terre bensì di arianizzarle;
- la necessità di identificare e predisporre strumenti operativi coerenti
con una politica razziale sempre più radicale, a partire dalla cosiddetta
"questione ebraica" i contenuti della cui "soluzione
finale" andarono nel corso del tempo intrecciandosi e definendosi
con quelli della risistemazione antropica e demografica dei territori conquistati
manu militari;
- la volontà di procedere per cesure nette, a politiche di ingegneria
sociale fondate sui precetti razziali, questi ultimi imprescindibili fattori
di legalizzazione di condotte, altrimenti disdicevoli e ripugnanti poiché
criminali, contro le popolazioni civili assoggettate alla giurisdizione del
Reich tedesco;
- una forte attenzione per gli strumenti attraverso i quali dare corso agli
intendimenti implicati dalla filosofia del Blut und boden. Le scienze
cosiddette esatte, così come l'abusato ricorso a certa antropologia
razzista, assumevano non un carattere ancillare e secondario bensì
la funzione di legittimazione ideologica e di concorso operativo nella definizione
degli obiettivi, nella identificazione dei tempi e delle procedure e nell'avvio
delle conseguenti prassi.
Ulteriore polo di considerazione riguardo al destino dei paesi occupati dai
tedeschi era costituito dal contributo che essi, e le loro popolazioni, avevano
o avrebbero dato alla "lotta contro il bolscevismo" che
nell'accezione nazista assumeva dimensioni escatologiche e messianiche.
Va da sé che partendo da quest'ultima premessa, le comunità
nazionali dell'Est erano da considerarsi, dal punto di vista germanico, a
rischio, ancorché spesso animate da un nazionalismo anticomunista non
domato dai sovietici, laddove questi ultimi avevano stabilito ed esercitato
la propria giurisdizione politica. In questo senso il Reich tedesco identificava
nei territori orientali essenzialmente un bacino di manodopera e di materie
prime a bassissimo prezzo se non nullo.
Fatta la tara tra le diverse esperienze nazionali, l'organizzazione nazifascista
dell'Europa si espresse prevalentemente attraverso quattro strumenti: la repressione
delle dissidenze e l'oppressione politica per mezzo del sistematico ricorso
all'esercizio della violenza di stato; il concorso di gruppi autoctoni di
collaborazionisti, ovvero di élite politiche, culturali, sociali ed
economiche, disposte ad assecondare le condotte e a condividere gli obiettivi
dell'occupante; lo sfruttamento brutale di tutte le risorse economiche drenabili
dalle terre sulle quali si era stabilita una signoria a tratti assoluta; l'attuazione
di quella politica razziale della quale si è già ampiamente
parlato, costituendo quest'ultima non un aspetto tra gli altri bensì
la radice stessa della specificità della politica nazista, in casa
propria come in quella altrui.
"Il nuovo ordine fu un dominio che assunse forme diverse a seconda
dei paesi. Pianificazione e improvvisazione erano inestricabilmente combinate.
Come nel campo della politica tedesca, le rivalità e i conflitti di
competenza condizionarono la struttura di quel dominio imperialistico, che
ebbe tre forme principali: in Polonia e nelle regioni occupate dell'Urss fu
instaurato un barbarico regime di sterminio e asservimento; nei paesi satelliti
dell'Europa sudorientale la Germania praticò un'egemonia fondata su
fittizie alleanze; nell'Europa settentrionale e occidentale, governi collaborazionisti
favorirono gli obiettivi degli occupanti"
(3).
[C.V. segue>>]
NOTE
1) La bibliografia inizia ad essere significativa. A titolo
di sintesi si indicano di Enzo Collotti, Grande Germania e gerarchia dei popoli
nel progetto nazista di Nuovo Ordine Europeo: incidenze politiche, nazionali
e sociali nel già citato Spostamenti di popolazione e deportazioni
in Europa; Claudio Natoli, Profilo del Nuovo Ordine Europeo in A.A.V.V., Totalitarismo,
lager e modernità, Bruno Mondadori, Milano 2002; Yves Durand, Il nuovo
ordine europeo. La collaborazione nell'Europa tedesca (1938-1945), il Mulino
2002; Luigi Cajani e Brunello Mantelli (a cura di), Una certa Europa. Il collaborazionismo
con le potenze dell'Asse 1939-1945, Annali della Fondazione "Luigi Micheletti",
6/1992, Brescia 1992.
2) Claudio Natoli, op. cit., pagg. 42-43.
3) Così alle pagine 438 e 439 della densa voce "nuovo
ordine europeo" nella recente edizione italiana del Dizionario dei fascismi
a cura di Serge Berstein, Brunello Mantelli, Pierre Milza e Nicola Tranfaglia,
Bompiani, Milano 2002.
