Il
fondo "Samuele Spritzman" all'ISSR di Parma: come si ricostruisce
la storia - 3
Le carte, che Ada ha raccolto dopo la morte di Sioma, così veniva sempre
chiamato Spritzman da amici e parenti, e che ho avuto la fortuna di leggere
e ordinare nel Fondo "Samuele S. Spritzman" dell'Istituto Storico
della Resistenza e dell'età contemporanea di Parma, danno l'idea di un
uomo che ha subito colpi durissimi senza, però, arrendersi, senza rinunciare
a combattere contro l'orrore nazifascista con i mezzi di cui disponeva, la forza
della ragione, il coraggio delle sue idee antifasciste, la speranza, forse,
di poter, nonostante tutto, sopravvivere per documentare ciò che era
accaduto, e la capacità di resistere maturata già dall'infanzia
nel paese d'origine.
La moglie Ada, che più di tutti ha avuto modo di conoscere le ferite
indicibili inferte al marito, nello spirito e nel corpo, perché ha accettato
i suoi silenzi, ha ascoltato i suoi resoconti, ha vegliato i suoi incubi, ha
assistito le sue malattie, ripete indefettibilmente ogni volta che parla di
lui:
"Non è stato fortunato Sioma a tornare
vivo da Auschwitz" (2).
Questo perché, dopo la cesura del campo di sterminio, la vita è
stata per Sioma un incubo continuo, sia quando taceva, incapace di raccontare
e spiegare (a sé stesso e agli altri) l'inenarrabile, sia quando, dando
sfogo ai ricordi, parlava per ore incapace di controllarsi
(3).
La lettura delle carte e i colloqui avuti con Ada non sono sufficienti per esprimere,
evocare l'abisso in cui Spritzman precipita nel corso degli anni che vanno dal
1938 al 1945, ma, se teniamo presenti il luogo di nascita, l'allontanamento
dalla famiglia, dalla casa, dal luogo natale, la speranza di aver finalmente
trovato un rifugio e una patria, speranza vanificata dalle leggi razziali, e
leggiamo alcuni dei documenti lasciati, potremo dar volto ad una figura emblematica,
una delle tante, purtroppo, di questo secolo breve.
E' fondamentale ricordare con un breve cenno cosa volesse dire essere ebreo
a Kishinev
(4):
significava essere
esposti ai peggiori soprusi, all'orrore dei pogrom frequenti e sempre incombenti
che seminavano devastazione, violenza, morte. A Kishinev ve ne fu uno terribile
nel 1903, di cui abbiamo una documentazione fotografica, e che suscitò
impressione nell'opinione pubblica mondiale. Bialik, poeta e scrittore ebreo,
nel poema Nella città del massacro
(5) rappresenta
questo evento con rara efficacia. Quando, dopo la prima guerra mondiale, la
Bessarabia passò sotto dominio rumeno, la situazione non cambiò,
la carica di antisemitismo certamente non scemò.
Se tutti i documenti di S. sono significativi e arricchiscono le note biografiche,
se il tono delle carte autobiografiche è sempre rigoroso, asciutto, privo
di sentimentalismo, pietismo ed autocompassione, se comunque la sua storia coinvolge
e non lascia indifferenti, perché sia la ragione sia il cuore vengono
coinvolti, ci sono almeno cinque documenti che fanno riflettere e meditare profondamente.
Il documento 1. 1. 26
(6) è
la cartina dell'Europa su cui S. tratteggia il suo peregrinare da Kishinev all'Italia
e dai vari luoghi di prigionia italiani a Birkenau e a Landeshut e il ritorno
in Italia in ambulanza. Il documento è in duplice copia: in uno il titolo
e le brevi frasi manoscritte sono in inglese, nell'altro in italiano. Le scarne
note ed il forte segno della penna che indica il percorso sono sufficienti ad
evocare immagini d'angoscia e sono testimonianza e denuncia degli orrori subiti.
In alto a sinistra S. dà il titolo al documento e aggiunge il suo nome
di battaglia, "Soragna"
(7),
e il numero tatuato sul suo braccio all'arrivo ad A. In fondo a destra disegna
una serie di semicerchi concentrici (una simbologia che ricorda l'inferno dantesco),
che rappresentano le fasi della sua vita fino al 1923, quando, annota:
"Si
scappa in Italia, ma nel 1938 la ruota riprende
.". L'elenco
dei luoghi in cui S. rimane prigioniero è volutamente incompleto; sappiamo
per certo che non furono lievi le sofferenze subite anche nei luoghi taciuti.
Un altro documento di cui voglio mettere in rilievo l'importanza è l'elenco
autografo delle violenze patite da S.
(8) Prima
fra tutte vi è l'autodenuncia
(9)
di appartenenza alla razza ebraica che fu obbligato a presentare al podestà
di Torino. Non si può considerare di poco conto, né minimizzare
questo provvedimento che cadde come un fulmine a ciel sereno sul capo degli
ebrei stranieri, i quali avevano creduto di aver trovato in Italia una soluzione
ai loro problemi e alle loro peregrinazioni [le leggi razziali colpirono poco
dopo anche gli ebrei italiani]. S. insiste sulle pressioni del questore al quale
provò invano a resistere. L'autodenuncia comportò il licenziamento
in tronco, e un documento lo comprova
(10),
per motivi razziali dal posto occupato alla Marelli; S. continua quindi con
l'elenco delle deportazioni in varie zone d'Italia e infine verso l'Europa orientale.
Sembra molto indicativo che al primo posto sia stata posta la autodenuncia obbligatoria,
perché presenta un aspetto del carattere dell'uomo: S., dopo aver lasciato
giovanissimo un paese in cui essere ebreo voleva di per sé significare
discriminazione e sopruso, giudica gravissimo che la situazione si ripeta, e
manifesta disagio per questa ingiunzione cui cerca di opporsi, dandole risalto,
pur senza lasciarsi andare emotivamente.
In altri due documenti
(11) Spritzman
espone al fratello di un suo compagno di prigionia ucciso ad Auschwitz, con
profonda sensibilità ma con chiarezza, la terribile esperienza occorsa
a questa vittima della tragedia nazista. Anche se si tratta di momenti e situazioni
diverse, la lettura di questa testimonianza, i colpi subiti dal compagno nel
lager di Bolzano, richiamano alla mente Primo Levi quando, in Se questo è
un uomo scrive:
"
Qui ricevemmo i primi
colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel
corpo né nell'anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può
percuotere un uomo senza collera?". L'ultimo documento
(12)
cui voglio accennare è l'elenco di tutti coloro
che partirono per Auschwitz nel suo stesso convoglio. Questo rafforza la mia
convinzione che ci fosse in S. la volontà di testimoniare, di fornire
prove dell'efferatezza nazifascista, di voler ricordare per far ricordare i
tanti che non tornarono.
Come scrive Abel Herzberg:
"Non ci sono sei milioni
di ebrei sterminati, c'è un ebreo ucciso, e questo è successo
sei milioni di volte".
Si è presi da sconforto, orrore e da profondo dolore nel leggere i documenti
che sono la testimonianza di Samuel Spritzman., ma è di conforto accorgersi
che anche nei luoghi e nei momenti più bui c'era chi vedeva l'uomo nei
compagni e dava o trovava speranza.
Carla Cavazzi - Ricercatrice Istituto Studi Storici sulla Resistenza
di Parma
[segue >>>]
2) Ada ha fatto queste affermazioni
sin dalla prima volta che mi ha parlato del marito nella primavera del 1997
e lo ripete tutte le volte che racconta la sua testimonianza agli studenti che,
numerosi, ogni anno vanno alla sinagoga di Parma ad ascoltarla
3) Secondo le affermazioni
della moglie (vedi sopra), per anni si rifiuta di parlare con amici e parenti
dei terribili avvenimenti vissuti, poi, nel 1969, in occasione della visita
in America di un amico, una notte comincia a narrare le sue esperienze in modo
torrenziale.
4) Sull'antisemitismo russo:
Atlante storico del popolo ebraico ed. Zanichelli, Bologna, 1995; Leon Poliakov,
Storia dell'antisemitismo, La Nuova Italia, Firenze, 1974
5) Chaim Nachman Bialik,
Nella città del massacro, il Melangolo, Genova, 1992
6) In Archivio dell'Istituto
storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Parma, Fondo "Samuele
S. Spritzman
7) Col nome di battaglia
si presentò anche ai sovietici e, secondo le affermazioni della moglie
(vedi nota 2) lo fece anche per evitare di essere portato nell'Urss, voleva
infatti tornare in Italia
8) In AIsrecPr, Fondo "S.
Spritzman", fasc. 1, doc. 5.
9) Oltre all'elenco esiste
il documento in AIsrecPr, Fondo "S. Spritzman", fasc. 2, doc. 1.
10) In AIsrecPr, Fondo
"S. Spritzman", fasc, 1, doc. 1.
11) In AIsrecPr, Fondo
"S. Spritzman", fasc. 1, docc. 18,19.
12) In AIsrecPr, Fondo
"S. Spritzman", fasc. 1, doc. 25.