olokaustos torna alla home page
saggi e idee
guida
biografie
geografia
argomenti
opposizione
documenti
saggi e idee
musei e luoghi
ricerca
vuoto
vuoto
vuoto
prev  go back
filo filo filo filo filo filo
copyright olokaustos home page inizio pagina prev  go back
vuoto filo verticale vuoto vuoto filo verticale vuoto vuoto
Norman Finkelstein e Daniel Goldhagen - 4
Finkelstein e Goldhagen:
dove si incontrano e dove si allontanano

Il difetto della costruzione di Finkelstein sta nella grossolana generalizzazione e nella tendenziosa propensione ad aderire ad una concezione complottista del processo storico e delle sue raffigurazioni. Il limite di Goldhagen sta nella fastidiosa assiomaticità che connota le pagine de I volenterosi carnefici. Alla quale si aggiunge anche una ridondanza delle tesi sostenute.
I punti comunemente condivisi sono molto significativi e del tutto indipendenti dalla volontà dei due autori.

A) La Shoah è un evento indice, un paradigma novecentesco. Le sue raffigurazioni sopravanzano l’evento stesso, scindendosi da esso e creando un campo permanente di conflitto tra interpreti di diversa radice ed orientamento. Si discute, ci si divide ed eventualmente ricompone sulle rappresentazione dei fatti, più che sui fatti stessi. Il nodo del revisionismo ruota tutto intorno a questa dinamica, piegando e torcendo ai propri fini ideologici una tra le tante letture logiche possibili di quegli accadimenti. Si somma a ciò il dato dell’incorporazione, nell’immaginario collettivo, del fenomeno concentrazionario, della sua assunzione e sussunzione nel linguaggio, come nel pensiero, quotidiani.
La rilevanza è misurabile anche sul piano dell’inflazione e della saturazione di opere e studi scarsamente innovativi. Un fatto, in sé, assai indicativo di tendenze di lungo periodo, di aspettative di comprensione che vengono soddisfatte attraverso la reiterazioni di moduli ermeneutici che non sempre fungono. E con il rischio di ritorni in negativo assai pronunciati.
Questo soprattutto perché la Shoah è un accadimento che sfida la nostra capacità di comprensione e che mai potrà dirsi del tutto “interpretato”. Finkelstein e Goldhagen si inseriscono all’interno di questi processi, ne colgono alcuni aspetti, raccolgono determinate aspettative e le traducono in costruzioni intellettuali – quindi in legittimazioni culturali. Con intendimenti agitatori il primo; con il recupero di categorie in parte desuete il secondo.
In realtà entrambi si esercitano non sulla Shoah ma sulla rilevanza che essa ha nella costruzione del nostro immaginario collettivo; ma il bisogno di alimentarsi che questo manifesta è variabile indipendente dalla volontà dei due autori, capaci di gestire gli effetti della loro produzione intellettuale solo entro certi limiti.

B) Il convitato di pietra di questi discorsi è il mercato intellettuale statunitense che produce e consuma un numero rilevante di ricerche e studi sulla deportazione. Può apparire paradossale che a richiedere ciò sia il paese che ne è rimasto sostanzialmente estraneo. Ma se un peso in tal senso è dovuto al robusto insediamento ebraico, non da meno, come già si ricordava in esordio, è l’aspetto dei rimandi alla contemporaneità.
La connessione con le vicende mediorientali è dietro l’angolo e la battaglia sulle interpretazione della Shoah, quando fuoriesce dalla felpate aule universitarie, diventa immediatamente parte del conflitto, agito, tra palestinesi ed israeliani. Tanto più quando i fenomeni di neo-antisemitismo coinvolgono, e massicciamente, aree del mondo arabo-musulmano, rigenerando una infelice tradizione che non conosce sospensione alcuna.
Il legame tra passato e presente si fa allora così stringente da chiudere in una morsa gli studiosi stessi che perdono la foglia di fico della loro (finta) neutralità. In fondo i due autori di cui stiamo parlando ce lo dicono entrambi, ognuno a modo suo: per questo fanno scalpore, prima ancora che per quanto vanno sostenendo.

C) Da ultimo il problema della memoria storica di un’Europa unificata ma non del tutto pacificata, del peso che certi crimini pregressi debbano avere nella formazione di una coscienza collettiva e del legame che i tedeschi devono intrattenere con il proprio passato. Già la Historikerstreit (10), condotta alla fine degli anni ottanta, aveva evidenziato i vincoli e le potenzialità che si accompagnano al confronto su di sé, al recepimento delle memorie di gruppo, alla rielaborazione della propria identità. Soprattutto rilevava da quella messe di parole il fatto che la storia, lungi dal ridursi ad una vieta cronologia, è uno dei luoghi privilegiati del conflitto dei significati. Poiché attraverso la sua socializzazione si generano e ridefiniscono coalizioni di interessi, criteri di legittimazione, modalità di ripartizione di ruoli, status e risorse.
“L’uso pubblico della storia” è fonte inesauribile di contrasti poiché narrandoci di conflitti passati ci rivela quelli presenti. Finkelstein ha usato il problema del rapporto collettivo con la Shoah per valorizzare le sue tesi rispetto al conflitto in corso tra israeliani e palestinesi. Goldhagen si è posto nei panni di chi continua a vivere i processi di unificazione europea e, segnatamente, il ruolo che la Germania ha svolto in essi, con il disagio della memoria dei trascorsi. Un punto di vista americano, senz’altro, ma non solo.
Su tutto il resto, Finkelstein e Goldhagen divergono e di molto. I loro lavori sono tuttavia entrambi prodotto di irrisolti nodi che, nella loro rilevanza, ci acompagneranno anche nel secolo che abbiamo da poco iniziato ad attraversare. L’ombra del Novecento si staglia su di esso con una potenza che misuriamo quotidianamente. I rimandi al nostro recente passato concorrono a costruire, ora più che mai, il presente e le speranze, come le paure, nel futuro.

Claudio Vercelli


 
(10) Per una visione generale ed una adeguata introduzione si rimanda al già citato volume collettaneo curato da Gian Enrico Rusconi, Germania: un passato che non passa, Einaudi, Torino 1987.