Il difetto della costruzione di Finkelstein sta nella grossolana generalizzazione
e nella tendenziosa propensione ad aderire ad una concezione complottista
del processo storico e delle sue raffigurazioni. Il limite di Goldhagen sta
nella fastidiosa assiomaticità che connota le pagine de I volenterosi
carnefici. Alla quale si aggiunge anche una ridondanza delle tesi sostenute.
I punti comunemente condivisi sono molto significativi e del tutto indipendenti
dalla volontà dei due autori.
A) La Shoah è un evento indice,
un paradigma novecentesco. Le sue raffigurazioni sopravanzano levento
stesso, scindendosi da esso e creando un campo permanente di conflitto tra
interpreti di diversa radice ed orientamento. Si discute, ci si divide ed
eventualmente ricompone sulle rappresentazione dei fatti, più che sui
fatti stessi. Il nodo del revisionismo ruota tutto intorno a questa dinamica,
piegando e torcendo ai propri fini ideologici una tra le tante letture logiche
possibili di quegli accadimenti. Si somma a ciò il dato dellincorporazione,
nellimmaginario collettivo, del fenomeno concentrazionario, della sua
assunzione e sussunzione nel linguaggio, come nel pensiero, quotidiani.
La rilevanza è misurabile anche sul piano dellinflazione e della
saturazione di opere e studi scarsamente innovativi. Un fatto, in sé,
assai indicativo di tendenze di lungo periodo, di aspettative di comprensione
che vengono soddisfatte attraverso la reiterazioni di moduli ermeneutici che
non sempre fungono. E con il rischio di ritorni in negativo assai pronunciati.
Questo soprattutto perché la Shoah è un accadimento che sfida
la nostra capacità di comprensione e che mai potrà dirsi del
tutto interpretato. Finkelstein e Goldhagen si inseriscono allinterno
di questi processi, ne colgono alcuni aspetti, raccolgono determinate aspettative
e le traducono in costruzioni intellettuali quindi in legittimazioni
culturali. Con intendimenti agitatori il primo; con il recupero di categorie
in parte desuete il secondo.
In realtà entrambi si esercitano non sulla Shoah ma sulla rilevanza
che essa ha nella costruzione del nostro immaginario collettivo; ma il bisogno
di alimentarsi che questo manifesta è variabile indipendente dalla
volontà dei due autori, capaci di gestire gli effetti della loro produzione
intellettuale solo entro certi limiti.
B) Il convitato di pietra di questi
discorsi è il mercato intellettuale statunitense che produce e consuma
un numero rilevante di ricerche e studi sulla deportazione. Può apparire
paradossale che a richiedere ciò sia il paese che ne è rimasto
sostanzialmente estraneo. Ma se un peso in tal senso è dovuto al robusto
insediamento ebraico, non da meno, come già si ricordava in esordio,
è laspetto dei rimandi alla contemporaneità.
La connessione con le vicende mediorientali è dietro langolo
e la battaglia sulle interpretazione della Shoah, quando fuoriesce dalla felpate
aule universitarie, diventa immediatamente parte del conflitto, agito, tra
palestinesi ed israeliani. Tanto più quando i fenomeni di neo-antisemitismo
coinvolgono, e massicciamente, aree del mondo arabo-musulmano, rigenerando
una infelice tradizione che non conosce sospensione alcuna.
Il legame tra passato e presente si fa allora così stringente da chiudere
in una morsa gli studiosi stessi che perdono la foglia di fico della loro
(finta) neutralità. In fondo i due autori di cui stiamo parlando ce
lo dicono entrambi, ognuno a modo suo: per questo fanno scalpore, prima ancora
che per quanto vanno sostenendo.
C) Da ultimo il problema della memoria
storica di unEuropa unificata ma non del tutto pacificata, del peso
che certi crimini pregressi debbano avere nella formazione di una coscienza
collettiva e del legame che i tedeschi devono intrattenere con il proprio
passato. Già la Historikerstreit (10),
condotta alla fine degli anni ottanta, aveva evidenziato i vincoli e le potenzialità
che si accompagnano al confronto su di sé, al recepimento delle memorie
di gruppo, alla rielaborazione della propria identità. Soprattutto
rilevava da quella messe di parole il fatto che la storia, lungi dal ridursi
ad una vieta cronologia, è uno dei luoghi privilegiati del conflitto
dei significati. Poiché attraverso la sua socializzazione si generano
e ridefiniscono coalizioni di interessi, criteri di legittimazione, modalità
di ripartizione di ruoli, status e risorse.
Luso pubblico della
storia è fonte inesauribile di contrasti poiché narrandoci
di conflitti passati ci rivela quelli presenti. Finkelstein ha usato il problema
del rapporto collettivo con la Shoah per valorizzare le sue tesi rispetto
al conflitto in corso tra israeliani e palestinesi. Goldhagen si è
posto nei panni di chi continua a vivere i processi di unificazione europea
e, segnatamente, il ruolo che la Germania ha svolto in essi, con il disagio
della memoria dei trascorsi. Un punto di vista americano, senzaltro,
ma non solo.
Su tutto il resto, Finkelstein e Goldhagen divergono e di molto. I loro lavori
sono tuttavia entrambi prodotto di irrisolti nodi che, nella loro rilevanza,
ci acompagneranno anche nel secolo che abbiamo da poco iniziato ad attraversare.
Lombra del Novecento si staglia su di esso con una potenza che misuriamo
quotidianamente. I rimandi al nostro recente passato concorrono a costruire,
ora più che mai, il presente e le speranze, come le paure, nel futuro.
Claudio Vercelli
(10) Per una visione generale ed una adeguata introduzione
si rimanda al già citato volume collettaneo curato da Gian Enrico Rusconi,
Germania: un passato che non passa, Einaudi, Torino 1987.