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Norman Finkelstein e Daniel Goldhagen - 3
Daniel Goldhagen e la volontà dei carnefici
Di intenzioni e di fattura diverse la fatica di Goldhagen dove è ben presente l’irrisolta dialettica tra normalizzazione ed unicità che ha caratterizzato la storia germanica, così come la sua percezione - per parte dei tedeschi stessi come dei popoli che con essi hanno avuto a che fare.
Il nodo di fondo che attraversa il lavoro del giovane studioso anglofono – docente di Government and Social Studies ad Harvard – è il rapporto tra storia, memoria e identità. Il tutto viene orientato, in modi non sempre soddisfacenti e condivisibili, sul piano, difficile e contrastato, del principio di responsabilità e del modo in cui, storicamente, i tedeschi se ne sono fatti carico o, alternativamente, l’hanno rifiutato.
Referenti ed interlocutori ideali sono il Karl Jasper de La colpa della Germania (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1947), l’Hannah Arendt studiosa del totalitarismo, l’Hans Jonas de Il principio responsabilità (Einaudi, Torino 1993) e fors’anche Vladimir Jankelevich.
Certo, va detto fin da subito, con un grado d’introspezione e una qualità analitica diverse o meno convincenti di questi ultimi. Ed anche con una maggiore propensione a cedere a quelle conclusioni generalizzanti di “senso comune” dalle quali Goldhagen intende programmaticamente emanciparsi ma con cui è costretto, passo dopo passo, a confrontarsi. Da ultimo, c’è come una sorta di intendimento didatticista che attraversa tutta la sua opera: si ha come l’impressione che, anticipando le prevedibili obiezione dei critici, egli si ponga al riparo dalle stesse ribadendo, ripetendo e confutando con uno zelo che può, a volte, apparire eccessivo se non fatistidioso.
Ma di questioni di metodo, e non tanto di merito, si tratta, almeno in questo caso.

Procediamo quindi con ordine. A lungo ci si è interrogati sul presunto eccezionalismo che avrebbe connotato il percorso di formazione e strutturazione dell’identità nazionale della Germania, premesso che le vicende storiche, così come la posizione geografica del paese, ne hanno fatto e ne fanno un luogo imprescindibile nella formazione di uno spirito europeo, nel passato, così come nel presente e, in prospettiva, nel futuro. Si è parlato di “fatale aspirazione ad una ‘via particolare’ (Sonderweg)” (3) che pur si sarebbe definitivamente consumata - almeno dal punto di vista delle aspirazioni geopolitiche alle quali conduce - sulle ceneri della Berlino del 1945 ma che permarrebbe come implicita vocazione nel pensiero collettivo, espressione di una commistione, incompiuta, tra cultura e civilizzazione, tra sapere e barbarie. Una sorta di sogno di grandeur coniugato alla sbrigatività dei mezzi con il quale realizzarlo.

Troppo lunga è la querelle, che affonda le sue radici nell’Ottocento, per essere ripresa e dibattuta in questa sede. Basti quindi sapere che è anche sulla scorta di questo sfondo che il libro di Goldhagen si muove ed è con queste premesse che si trova ad interagire. Raccoglie cioè gli echi di un confronto tra idee e ipotesi che riposano su quasi centocinquant’anni di dibattito. All’interno di questa congerie trova stabile riconoscimento anche il problema dell’antisemitismo tedesco. La sua estremizzazione per parte nazista, lo ha promosso ad un indice di priorità e prevalenza che non rende merito delle molteplici, diffuse e persistenti manifestazioni che l’hanno preceduto e seguito nel resto del continente, al di fuori degli stessi confini dello stato tedesco.
Insomma, ridotta ai minimi termini la riflessione sull’eccezionalismo di questo paese, - se mai è sussistito per davvero - pare valere più per la logica del comportamento implicata dalla creazione dell’universo concentrazionario che non per un qualche carattere ontologico, proprio alla popolazione germanica in quanto tale. Tuttavia, gli assertori di questa “permanenza” enfatizzando le connessioni strutturali che si darebbero tra gli effetti – lo sterminazionismo, per l’appunto - e le presunte cause – la personalità collettiva tedesca, vocata all’assunzione di linee di condotta sostanzialmente amorali o comunque estranee ad una valutazione di etica della responsabilità – ritengono che l’evento genocidiario sia da interpretare come una prerogativa tipicamente germanica. Pertanto irripetibile in altri contesti. Goldhagen a tal riguardo scrive: “il mio punto di partenza è assodato: l’Olocausto ha avuto origine in Germania, è quindi principalmente un fenomeno tedesco. Questo è un fatto storico. Chi vuole spiegare l’Olocausto deve concepirlo come una fase evolutiva della storia tedesca” (4). Ne deriverebbe che l’antisemitismo tedesco per intensità, modalità e fenomenologia sarebbe al vertice della scala delle manifestazioni storiche di antigiudaismo; e, ancor di più, con un una forzatura particolarmente corposa, si qualificherebbe come fenomeno proprio di quella cultura. Tesi, quest’ultima, che sollecita ripetute perplessità ma che raccoglie i consensi di non pochi. Se non altro per la semplificazione alla quale sottopone i complessi processi storici dei quali andiamo occupandoci.

Va da sé che trattandosi di un prodotto pensato ed offerto, almeno inizialmente, ad un mercato di lingua inglese, si confronta in prima istanza - come lo stesso Finkelstein - con quelle che sono le aspettative di quest’ultimo. I lettori di lingua inglese vogliono sentirsi dire certe cose: tra di esse, che l’avversione nei confronti degli ebrei è un prodotto europeo, segnatamente tedesco. I volenterosi carnefici di Hitler, “opera scientifica nel metodo e provocatoria nelle conclusioni” (5), è l’estensione di una tesi di dottorato, premiata come studio di politica comparata che parla agli americani ma guarda all’Europa. E non a caso ha suscitato polemiche e adesioni - il cosiddetto “Goldhagen debate” - poiché il quesito a partire dal quale si dipana l’intero percorso della sua riflessione – come è possibile che un popolo civile abbia ceduto alla barbarie? – è destinato a solleticare, già all’atto della sua formulazione, mai sopite passioni e a rinnovare dissensi e tensioni.
Domanda tendenziosa e non neutra, in sostanza. Così come si pone sul filo della lama del coltello la dialettica che l’autore pur cerca di mantenere tra recupero della tesi di una colpa collettiva (6), ascrivibile ai tedeschi in quanto tali, e valutazione della condotta dei singoli, ovvero soggettivizzazione di quella responsabilità.
Nell’ambito della ricerca storica, così come della riflessione sociologica, la dimensione individuale è inevitabilmente sussunta all’interno dei flussi generali e comunitari. Il separare quel che si è originariamente costretti ad unire è opera pressoché impossibile. Quindi il rischio, nel tentativo di ovviare a tale discrasia, di riparare all’interno di categorie di matrice moralistica, nel tentativo di spiegare quel che altrimenti può rimanere irrisolto, è fortissimo. Ma è questo un problema di fondo della ricerca in quanto tale e non solo di Goldhagen. Anche se nel caso suo la questione si fa più complessa e tende ad amplificarsi per via dei presupposti ai quali si riconnette.

Quali sono i passaggi nei quali il libro si articola e quali le argomentazioni preminenti?
1. L’autore focalizza il discorso spostandolo dal livello delle macro-organizzazioni, impersonali e astratte, alla condotta dei singoli agenti individuali, così come alle comunità di appartenenza. In questo modo cerca di evitare quella che reputa essere la trappola delle generalizzazioni recuperando alla riflessione il piano della tangibilità umana e materiale degli uomini e delle donne che vissero e condivisero quei tempi. Operazione non semplice, va detto, poiché la percezione che di essi abbiamo è inevitabilmente mediata dalla sensibilità odierna. A tal guisa, ed in un ulteriore sforzo di obiettività, Goldhagen s’impone di non adottare le scorciatoie che sono offerte da quelle che egli definisce “spiegazioni sociopsicologiche” del potere e della condotta dei subalterni, inevitabilmente deterministiche e inesorabilmente destinate a non aiutare nello sforzo di comprensione critica, fatto, quest’ultimo, che invece richiede un dinamismo multidisciplinare.
2. Le domande intorno alla quali ruota la successiva riflessione riguardano, da un lato, i carnefici e, dall’altro, i tedeschi al tempo del nazismo: come percepivano, i primi, gli ebrei che stavano sterminando? In quale misura, i secondi, erano autenticamente antisemiti? Così formulati i quesiti sembrano appartenere al novero delle riflessioni sulla storia delle mentalità più che a quella rigorosamente fattuale. Ed infatti il volume di Goldhagen si muove seguendo il primo filone piuttosto che il secondo. Non è una “storia dell’Olocausto” bensì un viaggio all’interno del labirinto antisemita ciò che l’autore vuole compiere.
3. "I volenterosi carnefici di Hitler tratta della visione del mondo, delle azioni, delle decisioni individuali, della responsabilità che ogni singolo ha quale autore delle proprie azioni e della cultura politica dalla quale coloro che compirono l’Olocausto mutuarono le loro convinzioni” (7). In questo senso, quella che si vuole offrire “è un’opera di interpretazione storica, non un giudizio morale” (8). Tuttavia, lungi dall’essere risolta, la dicotomia permane in tutta l’opera. Non a caso la soglia di frattura tra sostenitori e detrattori di questo libro sta proprio nell’adesione all’una o all’altra ipotesi: i primi riconoscono e garantiscono la rigorosità - nel senso dell’adesione al metodo storiografico – del testo; i secondi ritengono che sia solo un pamphlet particolarmente corposo nella quale una vecchia tesi (per l’appunto quella della colpa collettiva, generazionale) viene rinnovata e portata a nuovo fulgore sotto l’apparente forma dell’inedito e del sottaciuto finalmente rivelato.
4. Il fenomeno della Shoah è il prodotto di concause. Vi è una multifattorialità da considerare nella definizione delle condizioni che hanno portato ad un determinato risultato. Ma se i singoli elementi del quadro soggiaciono a questa imponderabilità, per l’autore è l’esito a non essere casuale, bensì causale, trovando nell’antisemitismo la matrice prima ed ultima di una volontà che all’epoca si tradusse in gesti ed atti concreti. I vincoli erano quelli imposti dalla mutevolezza delle circostanze in cui si poteva praticare lo sterminio: non il fatto stesso che vi fosse o meno una volontà in tal senso. Per Goldhagen “...se si vuole spiegare l’Olocausto in tutti i suoi aspetti, non ci si può limitare all’antisemitismo, ma si devono considerare numerosi altri fattori. Tuttavia, qualunque effetto questi possano aver avuto sullo sviluppo e la realizzazione del programma antisemita dei nazisti, la volontà del governo e di molti tedeschi comuni di perseguitare effettivamente gli ebrei e di ucciderli, mettendo in atto i piani politici, non è riconducibile a nessuno di essi. Determinante fu l’antisemitismo comune a tutti gli agenti” (9). Assegnandosi così d’ufficio, nella eterna polemica tra funzionalisti e intenzionalisti, ai secondi.

[C.V. segue >>]



 
(3) Gian Enrico Rusconi, Tra memoria e revisione storica in a cura dello stesso autore, Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca, Einaudi, Torino 1987, pag. XXIX.
 
(4) Daniel Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler, Momdadori, Milano 1997, pag. IX.
 
(5) Così l’editore stesso in un redazionale.
 
(6) Karl Jasper si era pronunciato in tal senso nell’immediato dopoguerra nel testo già citato.
 
(7) Daniel Goldhagen, op.cit., pag. VIII.
 
(8) Daniel Goldhagen, op.cit., pag. IX.
 
(9) Daniel Goldhagen, op.cit., pag. X. Al riguardo prosegue: “i tedeschi trovarono la motivazione per perseguitare e, quando fu loro richiesto, per uccidere gli ebrei in una forma virulenta di antisemitismo che rappresentava la forma la visione dominante degli stessi ebrei in Germania durante e prima del periodo nazista. Tuttavia, senza l’avvento dei nazisti al potere, tale antisemitismo sarebbe rimasto latente. L’Olocausto si è potuto, perciò, verificare in Germania solo perché tre fattori hanno interagito. Primo: in Germania presero il potere gli antisemiti più criminali e malvagi della storia dell’umanità e decisero di porre al centro della politica dello stato le loro follie omicide private. Secondo: essi lo fecero in una società in cui la loro immagine degli ebrei era ampiamente condivisa...Senza i nazisti e senza Hitler, l’Olocausto non sarebbe...stato possibile. Tuttavia, altrettanto fondamentale si è dimostrata la grande disponibilità della maggior parte dei tedeschi comuni a tollerare prima e sostenere poi...la furiosa persecuzione degli ebrei negli anni Trenta, e a partecipare, infine, anche al loro sterminio...Entrambi questi fattori...erano necessari. Uno solo non sarebbe stato sufficiente. E unicamente in Germania arrivarono a coincidere...” Il terzo fattore riguarda la capacità bellica di espandersi che il regime dimostrò con l’avvio del secondo conflitto mondiale: “solo il Reich tedesco aveva la forza militare per conquistare il continente europeo, e quindi solo il governo tedesco poteva, impunemente e senza alcun timore della reazione degli altri paesi, iniziare lo sterminio degli ebrei”.