Di
intenzioni e di fattura diverse la fatica di Goldhagen dove è ben presente
lirrisolta dialettica tra normalizzazione ed unicità che ha caratterizzato
la storia germanica, così come la sua percezione - per parte dei tedeschi
stessi come dei popoli che con essi hanno avuto a che fare.
Il nodo di fondo che attraversa il lavoro del giovane studioso anglofono
docente di Government and Social Studies ad Harvard è il rapporto
tra storia, memoria e identità. Il tutto viene orientato, in modi non
sempre soddisfacenti e condivisibili, sul piano, difficile e contrastato, del
principio di responsabilità e del modo in cui, storicamente, i tedeschi
se ne sono fatti carico o, alternativamente, lhanno rifiutato.
Referenti ed interlocutori ideali sono il Karl Jasper de
La colpa della Germania
(Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1947), lHannah Arendt studiosa
del totalitarismo, lHans Jonas de
Il principio responsabilità
(Einaudi, Torino 1993) e forsanche Vladimir Jankelevich.
Certo, va detto fin da subito, con un grado dintrospezione e una qualità
analitica diverse o meno convincenti di questi ultimi. Ed anche con una maggiore
propensione a cedere a quelle conclusioni generalizzanti di senso comune
dalle quali Goldhagen intende programmaticamente emanciparsi ma con cui è
costretto, passo dopo passo, a confrontarsi. Da ultimo, cè come
una sorta di intendimento didatticista che attraversa tutta la sua opera: si
ha come limpressione che, anticipando le prevedibili obiezione dei critici,
egli si ponga al riparo dalle stesse ribadendo, ripetendo e confutando con uno
zelo che può, a volte, apparire eccessivo se non fatistidioso.
Ma di questioni di metodo, e non tanto di merito, si tratta, almeno in questo
caso.
Procediamo quindi con ordine. A lungo ci si è interrogati sul presunto
eccezionalismo che avrebbe connotato il percorso di formazione e strutturazione
dellidentità nazionale della Germania, premesso che le vicende
storiche, così come la posizione geografica del paese, ne hanno fatto
e ne fanno un luogo imprescindibile nella formazione di uno spirito europeo,
nel passato, così come nel presente e, in prospettiva, nel futuro. Si
è parlato di fatale aspirazione ad una via particolare
(Sonderweg)
(3) che pur si sarebbe
definitivamente consumata - almeno dal punto di vista delle aspirazioni geopolitiche
alle quali conduce - sulle ceneri della Berlino del 1945 ma che permarrebbe
come implicita vocazione nel pensiero collettivo, espressione di una commistione,
incompiuta, tra cultura e civilizzazione, tra sapere e barbarie. Una sorta di
sogno di grandeur coniugato alla sbrigatività dei mezzi con il quale
realizzarlo.
Troppo lunga è la querelle, che affonda le sue radici nellOttocento,
per essere ripresa e dibattuta in questa sede. Basti quindi sapere che è
anche sulla scorta di questo sfondo che il libro di Goldhagen si muove ed è
con queste premesse che si trova ad interagire. Raccoglie cioè gli echi
di un confronto tra idee e ipotesi che riposano su quasi centocinquantanni
di dibattito. Allinterno di questa congerie trova stabile riconoscimento
anche il problema dellantisemitismo tedesco. La sua estremizzazione per
parte nazista, lo ha promosso ad un indice di priorità e prevalenza che
non rende merito delle molteplici, diffuse e persistenti manifestazioni che
lhanno preceduto e seguito nel resto del continente, al di fuori degli
stessi confini dello stato tedesco.
Insomma, ridotta ai minimi termini la riflessione sulleccezionalismo di
questo paese, - se mai è sussistito per davvero - pare valere più
per la logica del comportamento implicata dalla creazione delluniverso
concentrazionario che non per un qualche carattere ontologico, proprio alla
popolazione germanica in quanto tale. Tuttavia, gli assertori di questa permanenza
enfatizzando le connessioni strutturali che si darebbero tra gli effetti
lo sterminazionismo, per lappunto - e le presunte cause la personalità
collettiva tedesca, vocata allassunzione di linee di condotta sostanzialmente
amorali o comunque estranee ad una valutazione di etica della responsabilità
ritengono che levento genocidiario sia da interpretare come una
prerogativa tipicamente germanica. Pertanto irripetibile in altri contesti.
Goldhagen a tal riguardo scrive:
il mio punto
di partenza è assodato: lOlocausto ha avuto origine in Germania,
è quindi principalmente un fenomeno tedesco. Questo è un fatto
storico. Chi vuole spiegare lOlocausto deve concepirlo come una fase evolutiva
della storia tedesca (4).
Ne deriverebbe che lantisemitismo tedesco per intensità, modalità
e fenomenologia sarebbe al vertice della scala delle manifestazioni storiche
di antigiudaismo; e, ancor di più, con un una forzatura particolarmente
corposa, si qualificherebbe come fenomeno proprio di quella cultura. Tesi, questultima,
che sollecita ripetute perplessità ma che raccoglie i consensi di non
pochi. Se non altro per la semplificazione alla quale sottopone i complessi
processi storici dei quali andiamo occupandoci.
Va da sé che trattandosi di un prodotto pensato ed offerto, almeno inizialmente,
ad un mercato di lingua inglese, si confronta in prima istanza - come lo stesso
Finkelstein - con quelle che sono le aspettative di questultimo. I lettori
di lingua inglese vogliono sentirsi dire certe cose: tra di esse, che lavversione
nei confronti degli ebrei è un prodotto europeo, segnatamente tedesco.
I volenterosi carnefici di Hitler,
opera scientifica
nel metodo e provocatoria nelle conclusioni (5),
è lestensione di una tesi di dottorato, premiata come studio di
politica comparata che parla agli americani ma guarda allEuropa. E non
a caso ha suscitato polemiche e adesioni - il cosiddetto Goldhagen debate
- poiché il quesito a partire dal quale si dipana lintero percorso
della sua riflessione come è possibile che un popolo civile abbia
ceduto alla barbarie? è destinato a solleticare, già allatto
della sua formulazione, mai sopite passioni e a rinnovare dissensi e tensioni.
Domanda tendenziosa e non neutra, in sostanza. Così come si pone sul
filo della lama del coltello la dialettica che lautore pur cerca di mantenere
tra recupero della tesi di una colpa collettiva
(6),
ascrivibile ai tedeschi in quanto tali, e valutazione della condotta dei singoli,
ovvero soggettivizzazione di quella responsabilità.
Nellambito della ricerca storica, così come della riflessione sociologica,
la dimensione individuale è inevitabilmente sussunta allinterno
dei flussi generali e comunitari. Il separare quel che si è originariamente
costretti ad unire è opera pressoché impossibile. Quindi il rischio,
nel tentativo di ovviare a tale discrasia, di riparare allinterno di categorie
di matrice moralistica, nel tentativo di spiegare quel che altrimenti può
rimanere irrisolto, è fortissimo. Ma è questo un problema di fondo
della ricerca in quanto tale e non solo di Goldhagen. Anche se nel caso suo
la questione si fa più complessa e tende ad amplificarsi per via dei
presupposti ai quali si riconnette.
Quali sono i passaggi nei quali il libro si articola e quali le argomentazioni
preminenti?
1. Lautore focalizza il discorso
spostandolo dal livello delle macro-organizzazioni, impersonali e astratte,
alla condotta dei singoli agenti individuali, così come alle comunità
di appartenenza. In questo modo cerca di evitare quella che reputa essere la
trappola delle generalizzazioni recuperando alla riflessione il piano della
tangibilità umana e materiale degli uomini e delle donne che vissero
e condivisero quei tempi. Operazione non semplice, va detto, poiché la
percezione che di essi abbiamo è inevitabilmente mediata dalla sensibilità
odierna. A tal guisa, ed in un ulteriore sforzo di obiettività, Goldhagen
simpone di non adottare le scorciatoie che sono offerte da quelle che
egli definisce spiegazioni sociopsicologiche del potere e della
condotta dei subalterni, inevitabilmente deterministiche e inesorabilmente destinate
a non aiutare nello sforzo di comprensione critica, fatto, questultimo,
che invece richiede un dinamismo multidisciplinare.
2. Le domande intorno alla quali ruota
la successiva riflessione riguardano, da un lato, i carnefici e, dallaltro,
i tedeschi al tempo del nazismo: come percepivano, i primi, gli ebrei che stavano
sterminando? In quale misura, i secondi, erano autenticamente antisemiti? Così
formulati i quesiti sembrano appartenere al novero delle riflessioni sulla storia
delle mentalità più che a quella rigorosamente fattuale. Ed infatti
il volume di Goldhagen si muove seguendo il primo filone piuttosto che il secondo.
Non è una storia dellOlocausto bensì un viaggio
allinterno del labirinto antisemita ciò che lautore vuole
compiere.
3. "I
volenterosi carnefici di Hitler tratta
della visione del mondo, delle azioni, delle decisioni individuali, della responsabilità
che ogni singolo ha quale autore delle proprie azioni e della cultura politica
dalla quale coloro che compirono lOlocausto mutuarono le loro convinzioni
(7). In questo senso, quella che si vuole
offrire
è unopera di interpretazione
storica, non un giudizio morale (8).
Tuttavia, lungi dallessere risolta, la dicotomia permane in tutta lopera.
Non a caso la soglia di frattura tra sostenitori e detrattori di questo libro
sta proprio nelladesione alluna o allaltra ipotesi: i primi
riconoscono e garantiscono la rigorosità - nel senso delladesione
al metodo storiografico del testo; i secondi ritengono che sia solo un
pamphlet particolarmente corposo nella quale una vecchia tesi (per lappunto
quella della colpa collettiva, generazionale) viene rinnovata e portata a nuovo
fulgore sotto lapparente forma dellinedito e del sottaciuto finalmente
rivelato.
4. Il fenomeno della Shoah è il
prodotto di concause. Vi è una multifattorialità da considerare
nella definizione delle condizioni che hanno portato ad un determinato risultato.
Ma se i singoli elementi del quadro soggiaciono a questa imponderabilità,
per lautore è lesito a non essere casuale, bensì causale,
trovando nellantisemitismo la matrice prima ed ultima di una volontà
che allepoca si tradusse in gesti ed atti concreti. I vincoli erano quelli
imposti dalla mutevolezza delle circostanze in cui si poteva praticare lo sterminio:
non il fatto stesso che vi fosse o meno una volontà in tal senso. Per
Goldhagen
...se si vuole spiegare lOlocausto
in tutti i suoi aspetti, non ci si può limitare allantisemitismo,
ma si devono considerare numerosi altri fattori. Tuttavia, qualunque effetto
questi possano aver avuto sullo sviluppo e la realizzazione del programma antisemita
dei nazisti, la volontà del governo e di molti tedeschi comuni di perseguitare
effettivamente gli ebrei e di ucciderli, mettendo in atto i piani politici,
non è riconducibile a nessuno di essi. Determinante fu lantisemitismo
comune a tutti gli agenti (9).
Assegnandosi così dufficio, nella eterna polemica tra funzionalisti
e intenzionalisti, ai secondi.
[C.V. segue >>]
(3) Gian Enrico Rusconi,
Tra memoria e revisione storica
in a cura dello stesso autore,
Germania: un passato che non passa. I crimini
nazisti e lidentità tedesca, Einaudi, Torino 1987, pag. XXIX.
(4) Daniel Goldhagen,
I volenterosi carnefici di Hitler,
Momdadori, Milano 1997, pag. IX.
(5) Così leditore stesso in un redazionale.
(6) Karl Jasper si era pronunciato in tal senso nellimmediato
dopoguerra nel testo già citato.
(7) Daniel Goldhagen, op.cit., pag. VIII.
(8) Daniel Goldhagen, op.cit., pag. IX.
(9) Daniel Goldhagen, op.cit., pag. X. Al riguardo prosegue:
i tedeschi trovarono la motivazione per perseguitare
e, quando fu loro richiesto, per uccidere gli ebrei in una forma virulenta di
antisemitismo che rappresentava la forma la visione dominante degli stessi ebrei
in Germania durante e prima del periodo nazista. Tuttavia, senza lavvento
dei nazisti al potere, tale antisemitismo sarebbe rimasto latente. LOlocausto
si è potuto, perciò, verificare in Germania solo perché
tre fattori hanno interagito. Primo: in Germania presero il potere gli antisemiti
più criminali e malvagi della storia dellumanità e decisero
di porre al centro della politica dello stato le loro follie omicide private.
Secondo: essi lo fecero in una società in cui la loro immagine degli
ebrei era ampiamente condivisa...Senza i nazisti e senza Hitler, lOlocausto
non sarebbe...stato possibile. Tuttavia, altrettanto fondamentale si è
dimostrata la grande disponibilità della maggior parte dei tedeschi comuni
a tollerare prima e sostenere poi...la furiosa persecuzione degli ebrei negli
anni Trenta, e a partecipare, infine, anche al loro sterminio...Entrambi questi
fattori...erano necessari. Uno solo non sarebbe stato sufficiente. E unicamente
in Germania arrivarono a coincidere... Il terzo fattore riguarda la capacità
bellica di espandersi che il regime dimostrò con lavvio del secondo
conflitto mondiale: solo il Reich tedesco aveva la forza militare per
conquistare il continente europeo, e quindi solo il governo tedesco poteva,
impunemente e senza alcun timore della reazione degli altri paesi, iniziare
lo sterminio degli ebrei.