Si
affermava che la parola chiave nellargomentazione di Finkelstein è
sfruttamento. Così posto, questo termine sembra richiamare
il titolo di un altro libello, questultimo di matrice apertamente negazionista,
che parla di una transizione che si sarebbe compiuta nei quasi sessantanni
dalla conclusione del conflitto mondiale, con il passaggio
Dallo sfruttamento
nei campi allo sfruttamento dei campi (Graphos Edizioni, Genova 1998); laddove
con ciò sintende dire che se il nazismo sfruttò la forza
lavoro coatta, il liberalismo, succedutogli, ha utilizzato la pessima fama del
primo e soprattutto levento della deportazione razziale
per costruire le sue fortune.
Segnatamente, dietro a questa manovra ci sarebbe la continuità di quella
internazionale ebraica contro la quale proprio i signori del Terzo
Reich si adoperarono così alacremente. Che, per i negazionisti di destra,
è un sodalizio razziale che si è dato come obiettivo la conquista
del mondo, mentre per quelli di sinistra, che pur esistono e allignano soprattutto
in un certo milieu filopalestinese come nei pressi di alcuni gruppi di nicchia
affezionati alle versioni decadenti delle concezioni più cristallizzate
del materialismo dialettico, è una classe sociale a sé, da estinguere
insieme alle altre.
Pur non scendendo a questo livello di trivialità Finkelstein, ebreo,
figlio di sopravvissuti allecatombe collettiva, riprende alcune tesi di
fondo di certa pubblicistica, depurandole del radicalismo antisemita che le
connota e rapportandole, in maniera comunque livorosa ed apodittica, ad una
serie di problematiche indiscutibilmente aperte.
Dalla miscela tra legittime istanze critiche ed invettive preordinate si genera
un repertorio di accuse che possono prestarsi a facili strumentalizzazioni.
Se ne già avuto buon riscontro nellattività di quegli autori,
autonominatisi scomodi alleati di Finkelstein, che si richiamano apertamente
al rifiuto della storia, della quale ne danno una visione deliberatamente falsificata
se non controfattuale.
Nel web hanno iniziato a circolare articoli e saggetti elogiativi di
The
Holocaust Industry, del quale si sono messi in rilievo il presunto coraggio
intellettuale, lanticonformismo, liconoclastia e così
via. Che per lintenditore di certi umori e di certi ambienti segnalano
inequivocabilmente la pelosa e perniciosa attenzione che viene nutrita dai negazionisti
nei confronti di un ebreo anti-israeliano.
In Italia Mario Spataro con il suo
Olocausto: dal dramma al business? Riflessioni
sugli scritti di Norman G. Finkelstein (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2000)
ha ripreso, estremizzandole, alcune delle affermazioni contenute nel libro,
piegandole ad una lettura tendenziosa e sedicentemente innovativa, nella quale
è la Shoah stessa come evento ad essere messa in discussione
in quanto dogma della storiografia cosiddetta sterminazionista,
espressione degli interessi della coalizione vincitrice del secondo conflitto
mondiale e finzione deliberatamente posta in essere per impedire di capire le
responsabilità che competerebbero alla stessa nello scatenamento della
guerra contro la Germania (della quale, segnatamente, gli ebrei
sarebbero parte in causa
).
Ma cosa dice Finkelstein? In estrema sintesi le sue tesi si articolano attraverso
i seguenti passaggi.
1. Esiste un fenomeno, complesso e articolato,
che può essere definito con lespressione di mistificazione
della memoria in virtù del quale la disgiunzione tra gli eventi
effettivamente incorsi alle popolazione ebraiche nellEuropa sottoposta
al tallone hitleriano e luso, artefatto, che del ricordo di questi viene
operato oggi, permette una deliberata manipolazione del passato ad uso e consumo
del presente. Ciò che si commemora, in sostanza, non è la memoria
delle disgrazie che furono e delle loro vittime bensì una sorta di complesso
museale funzionale agli interessi di lobbies e gruppi di pressione che, sfruttando
gli altrui sensi di colpa, riescono a vedere privilegiati e soddisfatti i propri
obiettivi.
2. La radice di questo procedimento di
torsione del passato sta nella strumentalizzazione delle immagini della Shoah,
delle sue rappresentazioni, che dopo essere servite da scudo protettivo per
lo stato dIsraele sono ora utilizzate dalle principali organizzazioni
ebraiche americane per ottenere denari dalle banche elvetiche, dai complessi
industriali dellEuropa occidentale e dagli stessi governi. In altri termini:
invece che svolgere una funzione redibitoria e compensatoria nei confronti delle
vittime e dei loro parenti, oltreché assolvere a quel compito di educazione
etica e civile al quale dovrebbe essere consegnato, lOlocausto,
presenza tangibile nellimmaginario collettivo occidentale, è unarma
per inibire i propri avversari e per estorcere denari ai nipoti dei carnefici
di ieri sfruttandone gli inesauriti sensi di colpa.
3. Di questi procedimenti, basati sulla
cristallizzazione del ricordo e sulla sua ideologizzazione per fini estranei
a quelli propri al buon uso comune, ovvero ad una didattica civile, si avvantaggiano
gruppi organizzati e non singoli. Per Finkelstein esistono più organizzazioni
che, monopolizzando luso mediatico della Shoah, ne traggono un giovamento
sia in termini economici che autopromozionali. Dai benefici ne sono escluse
le vittime autentiche. L Olocausto è unindustria
dellimmaginario a gestione clanica, per parte delle grandi lobbies ebraiche.
Ed è anche una clava che viene data in testa agli interlocutori critici,
per non entrare nel merito dei problemi che lattualità solleva,
a partire dalla dolorosissima questione palestinese.
4. Tutta la polemica dellautore
ha una forte connotazione semantica, giocando sulle diverse accezioni che possono
essere conferite ad identici termini, nel corso del tempo come in luoghi distinti.
Finkelstein separa gli eventi in quanto tali dalla loro ricostruzione post-factum.
E si sofferma solo su questultima. Se i primi sono la Shoah, la seconda
è lOlocausto, un costrutto rappresentativo la cui trama
ideologica è sostanziata, per usare le parole dello stesso autore da
un dogma centrale che sostiene significativi interessi di classe.
Luso inaccorto delle parole è una prassi che Finkelstein adotta
consapevolmente, sapendo che dalle ambiguità lessicali, come dagli slittamenti
semantici, possono derivare risultati delegittimanti per la storiografia ufficiale.
In questo, ovvero nel metodo, si avvicina a quegli autori delluniverso
negazionista, senza peraltro assumerne le tesi. In particolare, il ricorso a
categorie la cui descrittività è estremamente parziale ma il cui
elevato e ricorrente uso fa sì che appartengano al vocabolario di senso
comune, ha un effetto confortativo verso quei pregiudizi, per lappunto
condivisi dal linguaggio quotidiano, che invece nelle intenzioni dellautore
vorrebbero essere evitati. Il risultato è quello di incentivare una lettura
antisemita, anche se lintendimento dichiarato è ben altro. Tra
tutti lesempio del termine lobby, accompagnato dallaggettivo
jewish: negli Stati Uniti, la cui vita politica e sociale è
fortemente connotata - ed istituzionalizzata dalla presenza di gruppi
organizzati, capaci di farsi portatori di interessi collettivi, tale parola
ha un senso non detrattivo. Per il pubblico europeo, invece, il suo uso denota
qualcosa di fortemente negativo. E, cosa più importante di tutte, essa
appartiene al lessico della destra estrema, che lha fatta propria in chiave
rigorosamente antisemita.
5. Il vittimismo, lo status di vittima
e la capitalizzazione morale e politica di questi ruoli sono il focus dellattacco
portato da Finkelstein contro il complesso massmediale e le rappresentazioni
della deportazione. Si tratta di tre momenti distinti e separati che però
lautore di
The Holocaust Industry frequentemente sovrappone e mischia.
Si impegna, va detto, a cercare di tutelare la dignità dei destinatari
delle violenze naziste, ma lassenza di rigore e lo spirito libellistico
che accompagnano le pagine del volumetto travolgono ogni difesa posta in tal
senso. Di ben altra levatura sono invece le riflessioni, orientate in tal senso,
di Annette Wieviorka con il suo
Lera del testimone (Cortina, Milano
1999) o di Jean-Michel Chaumont,
La concurrence des victimes. Génocide,
identité, reconaissance, Editions de la Découverte, Paris
1997, cui lettura si consiglia vivamente a quanti vogliano confrontarsi con
i problemi che la questione della resocontazione e della rappresentazione dellinimmaginabile
evoca.
6. Il punto di partenza ma anche di arrivo,
che accompagna tutto il testo, è lidea della intenzionalità
dei gesti manipolatori. Finkelstein ha un approccio causale agli eventi storici
e alla loro successiva gestione in termini di comunicazione pubblica. Secondo
lui vi è un concerto dintenzioni tra le diverse componenti della
cosiddetta lobby ebraica che avrebbe portato allesito che
conosciamo. Lassunzione del cliché per il quale vi è preordinazione
e dolo riduce pressoché a ben poco il resto delle sue affermazioni, che
non hanno più autonomia rispetto a queste premesse. Insomma, è
la tesi del complotto rivestita di abiti un po più decenti, ma
di poco.
Linterlocutore virtuale di Finkelstein è Peter Novick che, con
il suo
The Holocaust in American Life, Houghton Mifflin Co., 2000,
(2)
ha compiuto una rassegna nel magmatico e discontinuo percorso di ricezione,
per parte della società nordamericana, della Shoah. Va detto che la levatura
di questultima riflessione è ben diversa da quella dellautore
di
The Holocaust Industry. Se Finkelstein si richiama a Novick il secondo
non fa altrettanto con il primo.
Lambiguità di questultimo, a conti fatti, risiede in una
voluta sovrapposizione tra la legittima richiesta di una lettura laica e sobria
dei pur tumultuosi trascorsi storici dellEuropa, dai quali derivare anche
unetica pubblica fungibile ai fini della vita collettiva, e lacrimoniosa
e superficiale assunzione dei paradigmi interpretativi propri del filone, ben
presente in quellarea del radicalismo intellettuale alla quale egli appartiene,
che riconduce levoluzione dei rapporti e dei conflitti sociopolitici allazione
di forze occulte e cospirative. Lintero processo di traslazione e socializzazione
del fenomeno genocidiario viene così sussunto allinterno di questa
chiave di lettura che, se di euristico possiede ben poco, ancor di meno è
agibile storiograficamente.
[C.V. segue >>]
(1) Norman Finkelstein,
The Holocaust Industry, Verso Books, New York-London,
2000.
(2) Norman Finkelstein,
Uses of the Holocaust, in
London Review of Books, 6 gennaio 2000