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Norman Finkelstein e Daniel Goldhagen - 2
Norman Finkelstein e l’industria dell’Olocausto
Si affermava che la parola chiave nell’argomentazione di Finkelstein è “sfruttamento”. Così posto, questo termine sembra richiamare il titolo di un altro libello, quest’ultimo di matrice apertamente negazionista, che parla di una transizione che si sarebbe compiuta nei quasi sessant’anni dalla conclusione del conflitto mondiale, con il passaggio Dallo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi (Graphos Edizioni, Genova 1998); laddove con ciò s’intende dire che se il nazismo sfruttò la forza lavoro coatta, il liberalismo, succedutogli, ha utilizzato la pessima fama del primo – e soprattutto l’evento della deportazione razziale – per costruire le sue fortune.
Segnatamente, dietro a questa manovra ci sarebbe la continuità di quella “internazionale ebraica” contro la quale proprio i signori del Terzo Reich si adoperarono così alacremente. Che, per i negazionisti di destra, è un sodalizio razziale che si è dato come obiettivo la conquista del mondo, mentre per quelli di sinistra, che pur esistono e allignano soprattutto in un certo milieu filopalestinese come nei pressi di alcuni gruppi di nicchia affezionati alle versioni decadenti delle concezioni più cristallizzate del materialismo dialettico, è una classe sociale a sé, da estinguere insieme alle altre.

Pur non scendendo a questo livello di trivialità Finkelstein, ebreo, figlio di sopravvissuti all’ecatombe collettiva, riprende alcune tesi di fondo di certa pubblicistica, depurandole del radicalismo antisemita che le connota e rapportandole, in maniera comunque livorosa ed apodittica, ad una serie di problematiche indiscutibilmente aperte.
Dalla miscela tra legittime istanze critiche ed invettive preordinate si genera un repertorio di accuse che possono prestarsi a facili strumentalizzazioni. Se ne già avuto buon riscontro nell’attività di quegli autori, autonominatisi scomodi alleati di Finkelstein, che si richiamano apertamente al rifiuto della storia, della quale ne danno una visione deliberatamente falsificata se non controfattuale.
Nel web hanno iniziato a circolare articoli e saggetti elogiativi di The Holocaust Industry, del quale si sono messi in rilievo il presunto coraggio intellettuale, l’”anticonformismo”, l’iconoclastia e così via. Che per l’intenditore di certi umori e di certi ambienti segnalano inequivocabilmente la pelosa e perniciosa attenzione che viene nutrita dai negazionisti nei confronti di un “ebreo anti-israeliano”.
In Italia Mario Spataro con il suo Olocausto: dal dramma al business? Riflessioni sugli scritti di Norman G. Finkelstein (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2000) ha ripreso, estremizzandole, alcune delle affermazioni contenute nel libro, piegandole ad una lettura tendenziosa e sedicentemente innovativa, nella quale è la Shoah stessa – come evento – ad essere messa in discussione in quanto “dogma” della storiografia cosiddetta “sterminazionista”, espressione degli interessi della coalizione vincitrice del secondo conflitto mondiale e finzione deliberatamente posta in essere per impedire di capire le responsabilità che competerebbero alla stessa nello scatenamento della guerra “contro la Germania” (della quale, segnatamente, gli ebrei sarebbero parte in causa…).

Ma cosa dice Finkelstein? In estrema sintesi le sue tesi si articolano attraverso i seguenti passaggi.
1. Esiste un fenomeno, complesso e articolato, che può essere definito con l’espressione di “mistificazione della memoria” in virtù del quale la disgiunzione tra gli eventi effettivamente incorsi alle popolazione ebraiche nell’Europa sottoposta al tallone hitleriano e l’uso, artefatto, che del ricordo di questi viene operato oggi, permette una deliberata manipolazione del passato ad uso e consumo del presente. Ciò che si commemora, in sostanza, non è la memoria delle disgrazie che furono e delle loro vittime bensì una sorta di complesso museale funzionale agli interessi di lobbies e gruppi di pressione che, sfruttando gli altrui sensi di colpa, riescono a vedere privilegiati e soddisfatti i propri obiettivi.
2. La radice di questo procedimento di torsione del passato sta nella strumentalizzazione delle immagini della Shoah, delle sue rappresentazioni, che dopo essere servite da scudo protettivo per lo stato d’Israele sono ora utilizzate dalle principali organizzazioni ebraiche americane per ottenere denari dalle banche elvetiche, dai complessi industriali dell’Europa occidentale e dagli stessi governi. In altri termini: invece che svolgere una funzione redibitoria e compensatoria nei confronti delle vittime e dei loro parenti, oltreché assolvere a quel compito di educazione etica e civile al quale dovrebbe essere consegnato, l’”Olocausto”, presenza tangibile nell’immaginario collettivo occidentale, è un’arma per inibire i propri avversari e per estorcere denari ai nipoti dei carnefici di ieri sfruttandone gli inesauriti sensi di colpa.
3. Di questi procedimenti, basati sulla cristallizzazione del ricordo e sulla sua ideologizzazione per fini estranei a quelli propri al buon uso comune, ovvero ad una didattica civile, si avvantaggiano gruppi organizzati e non singoli. Per Finkelstein esistono più organizzazioni che, monopolizzando l’uso mediatico della Shoah, ne traggono un giovamento sia in termini economici che autopromozionali. Dai benefici ne sono escluse le vittime autentiche. L’ “Olocausto” è un’industria dell’immaginario a gestione clanica, per parte delle grandi lobbies ebraiche. Ed è anche una clava che viene data in testa agli interlocutori critici, per non entrare nel merito dei problemi che l’attualità solleva, a partire dalla dolorosissima questione palestinese.
4. Tutta la polemica dell’autore ha una forte connotazione semantica, giocando sulle diverse accezioni che possono essere conferite ad identici termini, nel corso del tempo come in luoghi distinti. Finkelstein separa gli eventi in quanto tali dalla loro ricostruzione post-factum. E si sofferma solo su quest’ultima. Se i primi sono la Shoah, la seconda è l’”Olocausto”, un costrutto rappresentativo la cui trama ideologica è sostanziata, per usare le parole dello stesso autore da “un dogma centrale che sostiene significativi interessi di classe”. L’uso inaccorto delle parole è una prassi che Finkelstein adotta consapevolmente, sapendo che dalle ambiguità lessicali, come dagli slittamenti semantici, possono derivare risultati delegittimanti per la storiografia “ufficiale”. In questo, ovvero nel metodo, si avvicina a quegli autori dell’universo negazionista, senza peraltro assumerne le tesi. In particolare, il ricorso a categorie la cui descrittività è estremamente parziale ma il cui elevato e ricorrente uso fa sì che appartengano al vocabolario di senso comune, ha un effetto confortativo verso quei pregiudizi, per l’appunto condivisi dal linguaggio quotidiano, che invece nelle intenzioni dell’autore vorrebbero essere evitati. Il risultato è quello di incentivare una lettura antisemita, anche se l’intendimento dichiarato è ben altro. Tra tutti l’esempio del termine “lobby”, accompagnato dall’aggettivo “jewish”: negli Stati Uniti, la cui vita politica e sociale è fortemente connotata - ed istituzionalizzata – dalla presenza di gruppi organizzati, capaci di farsi portatori di interessi collettivi, tale parola ha un senso non detrattivo. Per il pubblico europeo, invece, il suo uso denota qualcosa di fortemente negativo. E, cosa più importante di tutte, essa appartiene al lessico della destra estrema, che l’ha fatta propria in chiave rigorosamente antisemita.
5. Il vittimismo, lo status di vittima e la capitalizzazione morale e politica di questi ruoli sono il focus dell’attacco portato da Finkelstein contro il complesso massmediale e le rappresentazioni della deportazione. Si tratta di tre momenti distinti e separati che però l’autore di The Holocaust Industry frequentemente sovrappone e mischia. Si impegna, va detto, a cercare di tutelare la dignità dei destinatari delle violenze naziste, ma l’assenza di rigore e lo spirito libellistico che accompagnano le pagine del volumetto travolgono ogni difesa posta in tal senso. Di ben altra levatura sono invece le riflessioni, orientate in tal senso, di Annette Wieviorka con il suo L’era del testimone (Cortina, Milano 1999) o di Jean-Michel Chaumont, La concurrence des victimes. Génocide, identité, reconaissance, Editions de la Découverte, Paris 1997, cui lettura si consiglia vivamente a quanti vogliano confrontarsi con i problemi che la questione della resocontazione e della rappresentazione dell’inimmaginabile evoca.
6. Il punto di partenza ma anche di arrivo, che accompagna tutto il testo, è l’idea della intenzionalità dei gesti manipolatori. Finkelstein ha un approccio causale agli eventi storici e alla loro successiva gestione in termini di comunicazione pubblica. Secondo lui vi è un concerto d’intenzioni tra le diverse componenti della cosiddetta “lobby ebraica” che avrebbe portato all’esito che conosciamo. L’assunzione del cliché per il quale vi è preordinazione e dolo riduce pressoché a ben poco il resto delle sue affermazioni, che non hanno più autonomia rispetto a queste premesse. Insomma, è la tesi del complotto rivestita di abiti un po’ più decenti, ma di poco.
L’interlocutore virtuale di Finkelstein è Peter Novick che, con il suo The Holocaust in American Life, Houghton Mifflin Co., 2000, (2) ha compiuto una rassegna nel magmatico e discontinuo percorso di ricezione, per parte della società nordamericana, della Shoah. Va detto che la levatura di quest’ultima riflessione è ben diversa da quella dell’autore di The Holocaust Industry. Se Finkelstein si richiama a Novick il secondo non fa altrettanto con il primo.
L’ambiguità di quest’ultimo, a conti fatti, risiede in una voluta sovrapposizione tra la legittima richiesta di una lettura laica e sobria dei pur tumultuosi trascorsi storici dell’Europa, dai quali derivare anche un’etica pubblica fungibile ai fini della vita collettiva, e l’acrimoniosa e superficiale assunzione dei paradigmi interpretativi propri del filone, ben presente in quell’area del radicalismo intellettuale alla quale egli appartiene, che riconduce l’evoluzione dei rapporti e dei conflitti sociopolitici all’azione di forze occulte e cospirative. L’intero processo di traslazione e socializzazione del fenomeno genocidiario viene così sussunto all’interno di questa chiave di lettura che, se di euristico possiede ben poco, ancor di meno è agibile storiograficamente.

[C.V. segue >>]


 
(1) Norman Finkelstein, The Holocaust Industry, Verso Books, New York-London, 2000.
 
(2) Norman Finkelstein, Uses of the Holocaust, in London Review of Books, 6 gennaio 2000