Sulle radici di questo fenomeno, attraverso un approccio specifico, l'indagine orientata nei confronti delle polizie dell'epoca, ed in particolare la Gestapo, si interroga lo storico Eric A. Johnson attraverso il suo lavoro su "Il terrore nazista. La Gestapo, gli ebrei e i tedeschi", Mondadori (Milano 2001, pag. 550, lire 38.000). Il quesito di fondo verte intorno alla reale consistenza, quantitativa e qualitativa, degli apparati di repressione e alla loro capacità di esercitare un monitoraggio costante e completo sulla società germanica. Attraverso una ricerca di campo, articolata su tre aree urbane - Colonia, Krefeld e Bergheim - e supportata da una rilevante quantità di materiali documentari, Johnson dettaglia la sua ipotesi di fondo: l'esercizio del terrore fu raramento un fatto sistematico ed interessò sempre e comunque alcune categorie sociali, lasciando pressoché indenne buona parte della popolazione tedesca. Che, va detto ad onor del vero, aderì al regime non per obbligo ma per scelta. I comuni cittadini raramente furono coinvolti nell'azione repressiva. Le forme lievi di anticonformismo furono perlopiù tollerate. Pur nel suo totalitarismo di fondo, il Terzo Reich non potè non confrontarsi con il perdurare di un pluralismo di espressioni per parte della comunità sociale. E si guardò bene dal perseguire ogni forma di alterità - con l'eccezione dei gruppi organizzati, cooptati dentro le strutture del regime o distrutti attraverso l'intervento poliziesco. Ben diverso fu il destino di quanti ricadevano in quelle "categorie a rischio" che, invece, rimasero sempre sotto la lente d'ingrandimento e i riflettori degli uomini di Himmler ed Heydrich. Nei confronti di queste ultime, infatti, la repressione fu comunque e ovunque sistematica e violentissima. La Gestapo, pur essendo stata ideata sulla scorta di un progetto verticistico, basato sull'ipotesi della costituzione di un apparato poliziesco rigorosamente fedele ai poteri nazisti, efficiente ed efficace, non ebbe mai gli uomini e gli strumenti per sondare tutti gli anfratti della società civile. Essa stessa, al suo interno, era costituita da una pluralità di figure: agenti e funzionari provenienti dalle vecchie amministrazioni liberali, giovani fanatici e carrieristi, uomini di mezza età dediti a svolgere il loro lavoro senza un particolare zelo ideologico si alternavano nella conduzione degli stessi uffici. E le linee di frattura, oltre a quelle intergenerazionali, avevano a che fare anche con la competitività presente tra i diversi apparati dell'amministrazione. Anzi, per certi aspetti si può affermare che tale differenziazione era l'anima stessa del progetto nazista. Secondo la vecchia morale latina del "divide et impera", il silenzioso ma vivace conflitto tra elementi dello stesso gruppo era garanzia della tenuta generale del regime. Laddove invece le divisioni venivano superate era nel caso della persecuzione razziale degli ebrei e degli zingari, della repressione dei gruppi dissenzienti - comunisti, socialisti, sindacalisti, culti non riconosciuti - e di tutti quanti erano individuati come un pericolo, reale o potenziale, per la stabilità del Terzo Reich, i cosiddetti "asociali". Nel caso di obiettivi di tal genere la macchina poliziesca rivelava le sue capacità investigative e una notevole abilità operativa. Con la frequente collaborazione della popolazione "ariana" che alla delazione faceva ampio ricorso. Fin qui il lavoro di Jonhson. Un appunto da fare all'edizione italiana è la scarsa cura prestata nella traduzione. Alcune frasi risultano di scarsa comprensibilità ed ingenuità semantiche sono presenti in certi passaggi. Tuttavia l'opera mantiene una sua plausibilità e pregnanza. L'auspicio che ci sentiamo di fare è quello che altri lavori, soprattutto in lingua inglese e tedesca, conoscano appropriate traduzioni. Esiste un ampio deposito di indagini, avviate a fare dalla seconda metà degli anni settanta, che meriterebbero di essere portate a conoscenza del pubblico italiano, ancora escluso dalla conoscenza dei meccanismi di potere che si accompagnano ai fenomeni totalitari propri del "secolo breve".
Claudio Vercelli
