olokaustos torna alla home page
saggi e idee
guida
biografie
geografia
argomenti
opposizione
documenti
saggi e idee
musei e luoghi
ricerca
vuoto
vuoto
vuoto
prev next go back
filo filo filo filo filo filo
copyright olokaustos home page inizio pagina prev next go back
vuoto filo verticale vuoto vuoto filo verticale vuoto vuoto
Un'intervista che non convince   "L'industria dell'Olocausto": il libro
di Giovanni De Martis

"L'industria dell'Olocausto": dal libro all'intervista
di Giovanni De Martis

"Una intervista che non convince"
di Claudio Vercelli

L'intervista
   
Claudio Vercelli  
   
Si sarebbe tentati di liquidare velocemente quel che Norman Finkelstein va sostenendo nella sua intervista così come, in maniera ovviamente più argomentata, nel suo The Holocaust Industry. Già dal titolo del libro, peraltro, l’irritazione di chi vi si avvicina è quantomeno sollecitata.
L’autore lo sa bene e si può dire che cerchi di giocare le sue carte proprio sull’effetto di spiazzamento che l’intero progetto editoriale induce nel lettore. Poiché non molto di altro residua all’atto della lettura.
 
     

Che il volume sia un pamphlet e che nel caso dell’intervista si sia in presenza di un esercizio aggressivo e autodifensivo, sono due fatti evidenti.
Ma proprio perché il gioco è in qualche misura scoperto vale la pena di indagare su quelle che sono le premesse e, in una certa misura, gli effetti di tale operazione.
Tralasciando gli esercizi dietrologici o le facili illazioni e cercando di capire qual è il coté intellettuale che permette ad un docente universitario come Finkelstein di assumere una posizione così marcata e radicale, contravvenendo, almeno in alcuni passaggi, agli stessi principi del buon gusto.
In quanto ciò che egli afferma è condiviso da un numero significativo di esponenti di quella “new left” che ha sposato, negli Stati Uniti come in Europa, la causa palestinese e per la quale è disposta a concedere molto, anche contro i dati di giudizio condiviso. E si incontra, non più occasionalmente, con certe posizioni di una destra radicale che si vorrebbe anch’essa nuova ma che abitualmente si rifornisce dal retrobottega della storia, trovando nella vulgata negazionista nuova legittimazione per antichi paradigmi e, al contempo, la radice di una presunta bontà delle sue proprie idee. Bontà che in questo caso sta per continuità, per fedeltà al dogma imprescindibile e indiscutibile dell’antisemitismo come chiave di interpretazione del processo storico.
Gli elementi per assentire sulla convergenza ci sono tutti: teoria del complotto e della congiura, visione dietrologica dei processi storici e così via. In genere, il novero delle “colpe” attribuite agli ebrei, in quanto gruppo tematizzato come sociologicamente omogeneo e politicamente compatto – da cui il discorso onnipresente sulla cosiddetta “lobby sionista” - sono la proiezione capovolta delle fantasie di impotenza che caratterizzano i gruppi antisemiti.

Si è detto, e a ragione, che Finkelstein non è ascrivibile al novero dei negazionisti ipso facto. Non solo cerca di smarcarsi da questa spiacevole compagnia, che peraltro lo frequenta e assiduamente (almeno a giudicare dalla ricorrenza del suo nome nei diversi siti di area), ma nel suo libro si occupa poco o nulla della Shoah e molto di quel che dopo è avvenuto.
E quel dopo è fatto di molte cose ma in particolare modo di quattro aspetti, che stanno bene al centro della comune riflessione pubblica come nel più solipsistico The Holocaust Industry: la questione della restituzione dei beni proditoriamente sottratti e dei risarcimenti per le sofferenze patite; la ricezione del fenomeno olocaustico all’interno delle memorie nazionali europee e il problema dell’uso pubblico della storia; la cosiddetta “americanizzazione” della Shoah, la sua mediatizzazione e l’interconnessione con la vicenda israelo-palestinese; lo statuto di vittima di fatti genocidiari nella nostra contemporaneità.

E’ su questi quattro temi che Finkelstein si esercita con il suo libretto; ed è sulla distorsione di queste problematiche, sulla loro torsione a finalità di natura ideologica che si gioca la sua credibilità. Il repertorio degli elementi, in sostanza, ha un suo fondamento; il modo in cui vengono usati, per non dire manipolati, è non solo ben poco scientifico ma anche discutibilissimo dal punto di vista morale.
Vi sono sovrapposizioni, distorsione e asimmetrie che rendono il dettato a tratti miope così come, in altre circostanze, presbite. Su queste distonie crolla l’impalcatura concettuale della proposta contenute nelle pagine del suo libro come nelle parole dell’intervista.
Finkelstein è uno di quegli intellettuali militanti completamente assorbiti dall’oggetto del proprio interesse, al punto da non riuscire ad assumere una qualche forma, fors’anche residuale, di distanziamento critico dalle sue stesse opinioni e, soprattutto, dai moventi che le orientano. E il centro di gravità del suo pensiero si chiama Palestina, non Shoah.

Il riduzionismo gli si addice, intendendo con ciò quella pratica intellettuale in ragione della quale la complessità degli eventi viene ricondotta ad una unica matrice.
Si tratta di un modo di trattare i dati della storia - di una metodologia in altre parole - e non di un percorso interpretativo ed ermeneutico concorrente a quelli comunemente utilizzati. Come tale esso è parte integrante delle strategie di controllo degli eventi e di mistificazione interpretativa degli stessi che i negazionisti pongono in essere.
Finkelstein ne porta la responsabilità. Non è un negazionista ma usa la strumentazione negazionistica.
A partire dall’adozione stessa dell’espressione “industria dell’Olocausto” che sembra presupporre l’esistenza di un blocco monolitico e compatto che orienterebbe il dibattito secondo finalità precostituite e sulla scorta di una obiettivo di autovalorizzazione.
La storia così delineata, si configurerebbe come un deliberato inganno giocato da una parte contro l’altra. Laddove una parte in causa della storia sarebbe gli “ebrei” in quanto tali, un’entità a sé, con proprie logiche e dinamiche alle quali sarebbero sottesi intendimenti e disegni egemonici, almeno sul piano culturale.
Questo pensiero non è affermato dal libro né nell’intervista ma è implicato. Poiché tutta la loro costruzione concettuale e linguistica è basata su uno slittamento semantico, una serie di equivoci linguistici che portano a questa conclusione.
Autore volente o nolente. Che dimostra anche una notevole proclività verso quella visione etnicizzata dei processi socioculturali e temporali che a tratti contesta agli altri ma che in verità gli è propria.

Il richiamo a Raul Hilberg in qualità di garante dell’attendibilità di quanto egli va dicendo sembra più il riferimento di circostanza ad un santino che non il riscontro di una convinta adesione dell’uno all’altro.
Quest’ultimo sembra avallare lo spirito libellistico dell’autore, interpretato come una forma di approccio anticonformistico alla materia, in sé annosa e defatigante, delle compensazioni e delle restituzioni oltreché della cosiddetta “unicità” della Shoah. Ma non si spinge oltre, ovverosia si astiene dall’attribuire a Finkelstein quei troppi meriti che non ha.
Il focus della presunta reciprocità che l’autore di The Holocaust Industry intenderebbe intrattenere con lo studioso americano ruota intorno a quell’”americanizzazione dell’Olocausto” che negli studi di un Peter Novick ha uno spessore diverso da quello attribuitogli dal primo: si tratta di indagare sulla costruzione di immagini e rappresentazioni socialmente condivise – ed in quanto tali funzionali anche a strategie di autovalorizzazione dei gruppi che se ne fanno carico - attraverso il transito generazionale e il succedersi del tempo.
Non su ipotesi di mistificazione ideologica per parte di sodalizi etnico-clanici, come fa Finkelstein, così come quando afferma nell’introduzione al suo libro che “l’Olocausto non è un concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe.
Per meglio dire, l’Olocausto ha dimostrato di essere un’arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di ‘vittima’, e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti.”

Hilberg, storico a tutto tondo, d’altro canto, ben poco ha a che fare con il procedimento intellettuale adottato Finkelstein. Il quale non argomenta. E non supporta con dati sufficienti e documentazione appropriata le sue affermazioni (assai poco documentabili, comunque).
E’ tassativo, assertivo e apodittico. Usa una scrittura aggressiva e spiazzante. Il tono che adotta è inconfondibilmente prescrittivo. Non ha tesi da comprovare bensì sintesi da affermare.
Irrilevanti sono i giudizi di dato storico sui quali fanno premio, invece, i giudizi di valore sugli attori della storia.
Poco male se non fosse per il fatto che così travolge gli interlocutori, obbligandoli preventivamente a posizionarsi rispetto alle sue dichiarazioni, azzerando il dibattito ed orientandolo versi esiti predefiniti. Poiché egli non costruisce percorsi ma si limita a seguire un tracciato circolare che parte dall’acritica assunzione della causa palestinese come punto di riferimento per ogni successiva valutazione sulla storia, propria ed altrui, per giungere alla formulazione di una serie di proposizioni predittive.
Dice di non vedere “alcun bisogno di inventare nuovi metodi per affrontare l’argomento” dello sterminio. Rivelando così la sua scarsa considerazione per l’evento in sé, ridotto tout court alle sue deprecate manifestazioni massmediali, e per la storia stessa come per il metodo della ricerca inesausta e inesauribile.
Finkelstein sembra poi ignorare quanto in lingua tedesca è stato ancora recentemente scritto, così come quanti e quali siano i molteplici filoni di riflessione che si stanno a tutt’oggi sviluppando, soffermandosi piuttosto su quel marpione massmediatico che è David Irving verso il quale non riesce a sottacere una malcelata simpatia. Se non altro per l’atteggiamento istrionesco e la personalità narcisistica che entrambi condividono.

Insomma, parole e idee adatte ad un mercato delle drammatizzazioni più che ad una riflessione volta ad evitare quei cliché e quei pregiudizi dai quali l’autore dice di voler affrancare i lettori attraverso la sua opera, senza riuscirvi se non nella direzione esattamente opposta a quella che si afferma come voluta.