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Che il volume sia un pamphlet e che nel caso dellintervista si
sia in presenza di un esercizio aggressivo e autodifensivo, sono due
fatti evidenti.
Ma proprio perché il gioco è in qualche misura scoperto
vale la pena di indagare su quelle che sono le premesse e, in una certa
misura, gli effetti di tale operazione.
Tralasciando gli esercizi dietrologici o le facili illazioni e cercando
di capire qual è il coté intellettuale che permette ad
un docente universitario come Finkelstein di assumere una posizione
così marcata e radicale, contravvenendo, almeno in alcuni passaggi,
agli stessi principi del buon gusto.
In quanto ciò che egli afferma è condiviso da un numero
significativo di esponenti di quella new left che ha sposato,
negli Stati Uniti come in Europa, la causa palestinese e per la quale
è disposta a concedere molto, anche contro i dati di giudizio
condiviso. E si incontra, non più occasionalmente, con certe
posizioni di una destra radicale che si vorrebbe anchessa nuova
ma che abitualmente si rifornisce dal retrobottega della storia, trovando
nella vulgata negazionista nuova legittimazione per antichi paradigmi
e, al contempo, la radice di una presunta bontà delle sue proprie
idee. Bontà che in questo caso sta per continuità, per
fedeltà al dogma imprescindibile e indiscutibile dellantisemitismo
come chiave di interpretazione del processo storico.
Gli elementi per assentire sulla convergenza ci sono tutti: teoria del
complotto e della congiura, visione dietrologica dei processi storici
e così via. In genere, il novero delle colpe attribuite
agli ebrei, in quanto gruppo tematizzato come sociologicamente omogeneo
e politicamente compatto da cui il discorso onnipresente sulla
cosiddetta lobby sionista - sono la proiezione capovolta
delle fantasie di impotenza che caratterizzano i gruppi antisemiti.
Si è detto, e a ragione, che Finkelstein non è ascrivibile
al novero dei negazionisti ipso facto. Non solo cerca di smarcarsi da
questa spiacevole compagnia, che peraltro lo frequenta e assiduamente
(almeno a giudicare dalla ricorrenza del suo nome nei diversi siti di
area), ma nel suo libro si occupa poco o nulla della Shoah e molto di
quel che dopo è avvenuto.
E quel dopo è fatto di molte cose ma in particolare modo di quattro
aspetti, che stanno bene al centro della comune riflessione pubblica
come nel più solipsistico The Holocaust Industry: la questione
della restituzione dei beni proditoriamente sottratti e dei risarcimenti
per le sofferenze patite; la ricezione del fenomeno olocaustico allinterno
delle memorie nazionali europee e il problema delluso pubblico
della storia; la cosiddetta americanizzazione della Shoah,
la sua mediatizzazione e linterconnessione con la vicenda israelo-palestinese;
lo statuto di vittima di fatti genocidiari nella nostra contemporaneità.
E su questi quattro temi che Finkelstein si esercita con il suo
libretto; ed è sulla distorsione di queste problematiche, sulla
loro torsione a finalità di natura ideologica che si gioca la
sua credibilità. Il repertorio degli elementi, in sostanza, ha
un suo fondamento; il modo in cui vengono usati, per non dire manipolati,
è non solo ben poco scientifico ma anche discutibilissimo dal
punto di vista morale.
Vi sono sovrapposizioni, distorsione e asimmetrie che rendono il dettato
a tratti miope così come, in altre circostanze, presbite. Su
queste distonie crolla limpalcatura concettuale della proposta
contenute nelle pagine del suo libro come nelle parole dellintervista.
Finkelstein è uno di quegli intellettuali militanti completamente
assorbiti dalloggetto del proprio interesse, al punto da non riuscire
ad assumere una qualche forma, forsanche residuale, di distanziamento
critico dalle sue stesse opinioni e, soprattutto, dai moventi che le
orientano. E il centro di gravità del suo pensiero si chiama
Palestina, non Shoah.
Il riduzionismo gli si addice, intendendo con ciò quella pratica
intellettuale in ragione della quale la complessità degli eventi
viene ricondotta ad una unica matrice.
Si tratta di un modo di trattare i dati della storia - di una metodologia
in altre parole - e non di un percorso interpretativo ed ermeneutico
concorrente a quelli comunemente utilizzati. Come tale esso è
parte integrante delle strategie di controllo degli eventi e di mistificazione
interpretativa degli stessi che i negazionisti pongono in essere.
Finkelstein ne porta la responsabilità. Non è un negazionista
ma usa la strumentazione negazionistica.
A partire dalladozione stessa dellespressione industria
dellOlocausto che sembra presupporre lesistenza di
un blocco monolitico e compatto che orienterebbe il dibattito secondo
finalità precostituite e sulla scorta di una obiettivo di autovalorizzazione.
La storia così delineata, si configurerebbe come un deliberato
inganno giocato da una parte contro laltra. Laddove una parte
in causa della storia sarebbe gli ebrei in quanto tali,
unentità a sé, con proprie logiche e dinamiche alle
quali sarebbero sottesi intendimenti e disegni egemonici, almeno sul
piano culturale.
Questo pensiero non è affermato dal libro né nellintervista
ma è implicato. Poiché tutta la loro costruzione concettuale
e linguistica è basata su uno slittamento semantico, una serie
di equivoci linguistici che portano a questa conclusione.
Autore volente o nolente. Che dimostra anche una notevole proclività
verso quella visione etnicizzata dei processi socioculturali e temporali
che a tratti contesta agli altri ma che in verità gli è
propria.
Il richiamo a Raul Hilberg in qualità di garante dellattendibilità
di quanto egli va dicendo sembra più il riferimento di circostanza
ad un santino che non il riscontro di una convinta adesione delluno
allaltro.
Questultimo sembra avallare lo spirito libellistico dellautore,
interpretato come una forma di approccio anticonformistico alla materia,
in sé annosa e defatigante, delle compensazioni e delle restituzioni
oltreché della cosiddetta unicità della Shoah.
Ma non si spinge oltre, ovverosia si astiene dallattribuire a
Finkelstein quei troppi meriti che non ha.
Il focus della presunta reciprocità che lautore di The
Holocaust Industry intenderebbe intrattenere con lo studioso americano
ruota intorno a quellamericanizzazione dellOlocausto
che negli studi di un Peter Novick ha uno spessore diverso da quello
attribuitogli dal primo: si tratta di indagare sulla costruzione di
immagini e rappresentazioni socialmente condivise ed in quanto
tali funzionali anche a strategie di autovalorizzazione dei gruppi che
se ne fanno carico - attraverso il transito generazionale e il succedersi
del tempo.
Non su ipotesi di mistificazione ideologica per parte di sodalizi etnico-clanici,
come fa Finkelstein, così come quando afferma nellintroduzione
al suo libro che lOlocausto non è un concetto arbitrario,
si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui
dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe.
Per meglio dire, lOlocausto ha dimostrato di essere unarma
ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili
potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto
dei diritti umani, ha acquisito lo status di vittima, e
lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati
Uniti.
Hilberg, storico a tutto tondo, daltro canto, ben poco ha a che
fare con il procedimento intellettuale adottato Finkelstein. Il quale
non argomenta. E non supporta con dati sufficienti e documentazione
appropriata le sue affermazioni (assai poco documentabili, comunque).
E tassativo, assertivo e apodittico. Usa una scrittura aggressiva
e spiazzante. Il tono che adotta è inconfondibilmente prescrittivo.
Non ha tesi da comprovare bensì sintesi da affermare.
Irrilevanti sono i giudizi di dato storico sui quali fanno premio, invece,
i giudizi di valore sugli attori della storia.
Poco male se non fosse per il fatto che così travolge gli interlocutori,
obbligandoli preventivamente a posizionarsi rispetto alle sue dichiarazioni,
azzerando il dibattito ed orientandolo versi esiti predefiniti. Poiché
egli non costruisce percorsi ma si limita a seguire un tracciato circolare
che parte dallacritica assunzione della causa palestinese come
punto di riferimento per ogni successiva valutazione sulla storia, propria
ed altrui, per giungere alla formulazione di una serie di proposizioni
predittive.
Dice di non vedere alcun bisogno di inventare nuovi metodi per
affrontare largomento dello sterminio. Rivelando così
la sua scarsa considerazione per levento in sé, ridotto
tout court alle sue deprecate manifestazioni massmediali, e per la storia
stessa come per il metodo della ricerca inesausta e inesauribile.
Finkelstein sembra poi ignorare quanto in lingua tedesca è stato
ancora recentemente scritto, così come quanti e quali siano i
molteplici filoni di riflessione che si stanno a tuttoggi sviluppando,
soffermandosi piuttosto su quel marpione massmediatico che è
David Irving verso il quale non riesce a sottacere una malcelata simpatia.
Se non altro per latteggiamento istrionesco e la personalità
narcisistica che entrambi condividono.
Insomma, parole e idee adatte ad un mercato delle drammatizzazioni più
che ad una riflessione volta ad evitare quei cliché e quei pregiudizi
dai quali lautore dice di voler affrancare i lettori attraverso
la sua opera, senza riuscirvi se non nella direzione esattamente opposta
a quella che si afferma come voluta.
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