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In realtà Finkelstein in precedenza si è occupato del
conflitto medio-orientale scrivendo due volumi che si distinguevano
per una impronta fortemente filopalestinese.
Legato agli ambienti della "sinistra" americana (la scuola
di Noam Chomsky per intenderci) Finkelstein prima della pubblicazione
de "L'industria dell'Olocausto" è dunque un mal pagato
(lui stesso si è lamentato dei ventiduemila dollari annui percepiti
all'Hunter College) professore quarantasettene.
"L'industria dell'Olocausto" catapulta il nostro Finkelstein
agli onori della cronaca dall'oggi al domani.
I casi possibili sono due: o si tratta di un'opera geniale o - come
spesso accade - compare al momento giusto nella giusta "confezione".
Qualche dubbio sulla genialità del libro si può avere
senza troppi timori. In primo luogo l'argomento non è affatto
originale. Poco prima della pubblicazione de "L'industria dell'Olocausto"
era uscito negli Stati Uniti un libro di un certo Peter Novick dal titolo
"L'Olocausto nella vita americana". Più o meno Novick
affrontava le stesse questioni di Finkelstein con maggiore pacatezza
e in tono sociologico.
In secondo luogo il libro di Finkelstein ha i toni dell'invettiva, è
politicamente scorretto, abbonda di aggettivi insultanti quindi ha toni
più da invettiva politica che da studio accademico.
Possiamo quindi tranquillamente escludere la genialità come fattore
di successo anche senza entrare nel merito delle argomentazioni di Finkelstein.
Le ragioni stanno altrove: nel momento in cui compare e nel "confezionamento".
Il libro di Finkelstein compare in una fase di profonda crisi degli
studi americani sull'Olocausto. A fronte del fiorire di fondazioni e
istituzioni che dovrebbero favorire gli studi sulla Shoah da tempo mancano
opere di grande spessore.
Raul Hilberg - padre degli studi sull'argomento con il suo monumentale
"La distruzione degli ebrei d'Europa" - è un professore
settantacinquenne che dopo il suo gigantesco contributo per evidenti
ragioni anagrafiche non può più produrre altri grandi
affreschi e interpretazioni.
A fronte dell'anziano Hilberg vi sono certamente storici di grande spessore
(Browning, Breitman ad esempio) ma tutti negli ultimi anni anziché
produrre opere significative hanno passato il tempo in feroci litigi.
Il giovane storico Goldhagen nel 1996 con la pubblicazione di un'opera
che colpevolizza l'intero popolo tedesco per l'Olocausto, ha innescato
una polemica che ha distratto gli studiosi da occupazioni più
serie.
Nell'ultimo decennio i migliori libri sulla Shoah (come "L'ordine
del terrore" di Wolgang Sofsky) sono usciti dalle università
della cara vecchia Europa.
Alla crisi della storiografia americana sull'Olocausto si affianca un
altro fattore: il conflitto arabo-israeliano e la sua recrudescenza.
L'attenzione generale sul Medio Oriente è tale che il pubblico
accoglie con vivo interesse studi sull'argomento specie se "nuovi",
cioè in grado di ribaltare idee consolidate, opinioni generalmente
condivise o condivisibili, analisi serie.
Il libro di Finkelstein va a cadere in questo quadro generale: l'ambiente
è favorevole. Ma non basta. Occorre anche avere una buona confezione.
In genere si attira l'attenzione o per l'intelligenza o per lo strepito.
Finkelstein segue questa seconda tecnica. Una vecchia storia racconta
che una regina longobarda incitasse suo figlio sceso in Italia a distruggere
i monumenti romani perché non potendo passare alla storia come
costruttore sarebbe certamente divenuto immortale come distruttore.
Finkelstein adotta pienamente la "strategia longobarda".
Trattandosi di un pensiero barbarico non è difficile da mettere
in pratica. Gli ingredienti sono pochi e il metodo semplice. Basta prendere
un personaggio famoso - più famoso meglio è - e coprirlo
di insulti, accusarlo delle peggiori nefandezze ed il gioco è
fatto. Se poi il personaggio famoso è portatore di idee generalmente
accettate e condivise si attaccano per maggiore sicurezza anche quelle.
Il bersaglio della "strategia longobarda" di Finkelstein è
Elie Wiesel. Premio nobel per la pace, scampato ai campi di sterminio,
scrittore celebrato, Wiesel è il bersaglio ideale. Ma ancora
non basta.
La "strategia longobarda" deve unirsi anche ad un'altra tecnica:
"la scoperta del complotto". Chiunque abbia una certa dimestichezza
con la cultura cinematografica americana sa che la paranoia paga sempre
e comunque. L'americano medio ha la passione per i poteri segreti che
complottano nell'ombra, per oscure quanto potenti organizzazioni intente
al dominio del mercato e del mondo. Il complotto è una spiegazione
semplice, affascinante ed efficace per spiegare problemi e questioni
che altrimenti avrebbero bisogno di approfondimenti lunghi e faticosi.
Finkelstein tira fuori dal cilindro il complotto più collaudato
del mondo: il complotto ebraico.
Le organizzazioni internazionali ebraiche, in combutta con il governo
israeliano dal 1967 in poi avrebbero elaborato un sofisticato piano
per entrare nella stanza dei bottoni statunitense. Un piano diabolico
ed efficace che utilizzando il ricordo dell'Olocausto avrebbe condotto
da un lato la "lobby" ebraica ad occupare stabilmente il potere
e dall'altro Israele a legittimarsi nella società americana come
soggetto perseguitato.
Il complotto ebraico avrebbe così inventato "l'unicità
dell'Olocausto", banalizzato i genocidi del mondo passato, presente
e futuro; creato istituzioni ed organizzazioni di ricerca al solo e
segreto scopo di dominare gli Stati Uniti d'America. Ma - come è
universalmente noto - gli ebrei sono avidi. Ed è l'avidità
che rende scoperto il "grande piano segreto". La richiesta
di "spropositati" rimborsi alle banche svizzere avrebbe segnato
il punto terminale del progetto. Come si sa le banche svizzere sono
per definizioni soggetti deboli, indifesi, incapaci di opporsi alla
pressione delle lobby ebraiche. Così il cerchio del piano si
chiude: grazie all'Olocausto il potere e il denaro cadono nelle mani
dell'ebraismo che - come si sa - non cerca altro se non denaro e potere.
Dai tempi dei famigerati "Protocolli dei Savi di Sion" di
fabbricazione zarista e di utilizzo nazista non si dipingeva un quadro
così ampio del grande complotto dell'ebraismo internazionale.
Ma Finkelstein ha un'altra carta da giocare, una carta quasi perfetta:
Finkelstein è ebreo e i suoi genitori sono ebrei scampati alla
Shoah. Questa qualità diventa automaticamente legittimante: un
ebreo antisemita sarebbe una contraddizione in termini. In più
- rispetto agli ebrei delle lobby - è povero. Sua madre per le
sofferenze patite durante la Shoah ha ricevuto la misera somma di 3.500
dollari.
Il cerchio si chiude: "strategia longobarda", scoperta del
complotto giudaico, discendenza ebraica dell'autore. A questo punto
il contenuto del libro, le tesi esposte hanno poca importanza: il libro
bomba è pronto.
Ovviamente Finkelstein rappresenta una insperata benedizione per tutti
i negazionisti dell'Olocausto. Non stupisce che i siti negazionisti
e neonazisti in internet pubblicizzino il libro di Finkelstein e ne
utilizzino ampi stralci. C'è proprio tutto quel che serve al
negazionista professionale: complotto giudaico, sionismo israeliano,
avidità. Da anni i negazionisti parlano di "dogmi"
della storiografia ufficiale e trovare qualcuno che sostenga che l'unicità
della Shoah è soltanto una astuta strategia per spillare soldi
agli europei è come trovare un tesoro.
Detto per inciso noi europei in generale in tutta la teoria di Finkelstein
facciamo la figura degli imbecilli. Di fronte alla potenza delle organizzazioni
ebraiche internazionali gli indifesi banchieri svizzeri si arrendono
per timore delle rappresaglie del governo statunitense, i tedeschi aprono
i cordoni della borsa per non essere accusati di antisemitismo.
Qualche dubbio sulla stupidità dei banchieri svizzeri è
lecito avanzarlo. L'accordo stipulato dalle banche elvetiche prevede
che le compensazioni riguardino soltanto i conti "dormienti"
cioè quei conti correnti aperti prima o durante la guerra i cui
proprietari non si sono più presentati a reclamarne il contenuto.
L'accordo esplicitamente stabilisce che non vi potranno essere ulteriori
richieste di rimborsi ed esclude l'oro sottratto agli ebrei e depositato
dai nazisti nelle banche svizzere, le opere d'arte confiscate agli ebrei
e depositate in Svizzera. A colpo d'occhio anche i banchieri svizzeri
sanno fare i loro affari e non sembrano soggetti deboli alle intimidazioni.
Il libro di Finkelstein è un lavoro a tesi che offre il fianco
ad una innumerevole quantità di obiezioni. Secondo molti la ridistribuzione
del denaro delle compensazioni è avvenuta in modo poco trasparente,
molte critiche si sono levate negli Stati Uniti su questo punto, critiche
provenienti anche dallo stesso mondo ebraico americano.
L'interrogativo che ci si può porre è se per contestare
eventuali malversazioni o appropriazioni indebite fosse necessario scrivere
un libro che - come diremmo noi italiani - "butta via l'acqua sporca
con il bambino".
Certamente si può criticare chiunque - Elie Wiesel compreso -
ma attaccare personalmente il proprio interlocutore, accusarlo di disonestà
materiale ed intellettuale non rientra nell'usuale modo di dibattere
i problemi. Definire il Centro Simon Wiesenthal un'accozzaglia di affaristi
senza cuore intenti unicamente a rastrellare fondi non sembra essere
la base di partenza per un discorso costruttivo.
Il volume di Finkelstein rientra in quella categoria di scritti che
pretendono di dare risposte semplici a problemi complessi. In questo
senso la teoria del complotto stimola le fantasie più ingenue.
L'intervista che abbiamo realizzato via e-mail con Finkelstein aveva
lo scopo di chiarire direttamente con lui la distanza che lo separa
dai negazionisti. In questo senso ritenevamo giusto dargli l'occasione
di precisarlo in modo netto.
Non possiamo essere d'accordo con lui quando afferma che è "l'industria
dell'Olocausto" che ha fatto nascere il negazionismo. I negazionisti
operano da molto tempo. Se il 1967 è l'anno in cui - secondo
Finkelstein - la macchina della "industria dell'Olocausto"
si mette in moto potremmo citare operazioni negazioniste ben precedenti
a quella data.
L'impressione generale che ricaviamo è che Finkelstein non si
preoccupi troppo di aver dato buone munizioni ai negazionisti. Noi crediamo
invece che chi ha munizioni prima o poi tende ad usarle e chi le vende
non può sottrarsi alle sue responsabilità.
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