Cosa significa essere ebreo? Perché tale condizione?
Blanchot appronta una triplice risposta:
"Esiste
perché esiste l'idea di Esodo e l'idea di esilio come giusto
movimento; esiste perché attraverso l'esilio e per l'iniziativa
rappresentata dall'esodo, l'esperienza dell'estraneità
si affermi tra noi in un rapporto irriducibile; esiste perché, grazie
all'autorità di questa esperienza, impariamo a parlare"
(1). Necessità quest'ultima
che, dopo il Disastro, è divenuta imperiosa.
Imparare a parlare, con gli occhi puntati contro l'orrore. Impresa
necessaria quanto più votata al fallimento: la distruzione dell'uomo
è intraducibile. Nella fabbricazione su larga scala di morti, l'orrore
smette di essere una risonanza individuale e diviene verità collettiva.
I sommersi vivono nella coscienza del salvati, attraverso i quali giunge l'eco
del loro strazio.
Parlare come se si emettesse un grido compatto e afono, costringendo l'immaginazione
di chi ascolta, e non ha vissuto, a
indugiare sull'orrore, perdendosi
in esso, per interiorizzarne il raccapriccio e, solo dopo, capire.
La comprensione è relativa. Infinite domande e infinite risposte emergono,
parziali o acutamente pretestuose come quella di Blanchot, ma il loro contenuto
di verità rimane lettera morta se, assieme alla radiografia della catastrofe,
una parola, un gesto, un'immagine, un singulto non mostri il punto fino
a cui la vita può essere negata, la soglia oltre la quale l'uomo
non è più uomo.
Imparare dal brivido trasmesso da opere come
Gli ultimi giorni di James
Moll (1999), primo documentario della Survivors of Shoah Visual History Foundation,
con Steven Spielberg nelle vesti di produttore esecutivo.
Nel 1944, a conflitto perduto, la Germania si accanì con furia inaudita
nell'annichilimento degli ebrei, iniziando lo sterminio della più
grande popolazione ebraica rimasta in Europa, quella ungherese. Il concentramento,
la ghettizzazione e la deportazione avvennero nell'arco di dodici settimane.
In nessun'altra nazione come in
Ungheria il tutto si consumò con
tale rapidità e ferocia.
Il documentario è incentrato sulle testimonianze di cinque ebrei ungheresi:
Tom Lantos (fuggito da un campo di lavoro sul Danubio e sopravvissuto braccato
a Budapest, fino al termine della guerra), Irene Zisblatt (internata ad Auschwitz),
Renée Firestone (Auschwitz), Alice Lok Cahana (Auschwitz), Bill Basch
(Dachau).
Le testimonianze sono scandite dal punto di vista di uno storico, dai racconti
dei veterani dell'esercito americano e dai resoconti del dottor Hans Münch
(ex medico nazista ad Auschwitz) e di Dario Gabbai (ex componente del Sonderkommando
ad Auschwitz II, Birkenau).
Il viaggio nel passato dei testimoni – anche fisico, nei campi di annientamento
a riposo – è interpuntato da foto su cui è impresso il fulgore
della loro gioventù e dai filmati, alcuni inediti, delle marce verso
i convogli (
"Fu come quando gli ebrei fuggirono
dall'Egitto", commenta Alice Lok Cahana), delle cataste umane e
delle fosse, dei corpi inceneriti e delle ossa, delle esecuzioni e delle mutilazioni
a Dachau, Berger-Belsen, Auschwitz, Buchenwald, Ohrdruf, Majdanek, Nordhausen,
Mauthausen.
Affiorano nella memoria le immagini di
Notte e nebbia, il mediometraggio
del 1956 in cui Alain Resnais alternava le sequenze d'archivio alle riprese
a colori dei luoghi del massacro al presente, al suono delle parole di Jean
Cayrol, poeta e saggista, sopravvissuto a Mauthausen.
Tra le tante degli
Ultimi giorni, un'immagine in particolare
scalfisce la sensibilità di chi osserva. Un adolescente, si presume dai
tratti esangui, nudo e scheletrito, rivolge smarrito lo sguardo in macchina,
mentre un nazista in borghese, sorridente e ben vestito, con aria paciosa e
tronfia, afferratolo per un braccio, lo sospinge contro la cinepresa per esibirlo.
Sul primo piano del giovane, dissolvenza in nero, sigillo di una disperazione
storica che sancisce l'impossibilità di comunicazione tra la vittima
subumanizzata e l'aguzzino (grottescamente, brutalmente, ciecamente) superuomo,
rendendo tangibile il baratro in cui il linguaggio, con la Storia e la Ragione,
si è inabissato.
In misura e modalità differenti, l'
impasse si ripropone
nel confronto tra Renée Firestone e il dottor Münch, al quale sottopone
un documento che attesta che la sorella, morta nell'istituto da lui diretto,
fu usata per esperimenti col sangue. Renée insiste per sapere cosa voglia
dire lo zero accanto al nome di Klara, ma il dottor Münch ripete evasivamente:
"È tutto a posto", ricordando all'ex prigioniera
la
normalità con cui morivano le persone ad Auschwitz.
È percepibile a fior di pelle quella che Agamben definisce
mancata
articolazione tra vivente e logos. La voce
off di Renée
commenta come le sia stato impossibile non arrabbiarsi innanzi al dottore, nella
clinica del quale erano morte migliaia di persone. Münch dice di essere
stato assolto per aver salvato delle donne dalla camera a gas utilizzandole
per test innocui. Quello che disturba maggiormente nelle sue parole, non è
tanto il riverbero delle atrocità che sono state commesse sotto la sua
egida, quanto piuttosto il tono distaccato e glaciale con cui afferma:
"Per
coloro che volevano fare esperimenti sul corpo umano, questo era il posto di
lavoro ideale. Ad Auschwitz si fecero molti esperimenti…".
Nessun accento di resipiscenza screpola la voce o altera la fisionomia e la
postura di quest'individuo rispettabile e perfettamente integrato.
Una paratia lo schermisce, simmetrica all'Ordine che fa genuflettere Eichmann,
la Scienza.
[ J.C. segue >>>]
1) M. Blanchot, L'infinito intrattenimento,
Einaudi, Torino 1977, p. 167.
Dov'erano
le nostre case.
Sopra: Renee Firestone; sotto: Irene Zisblatt.
Sopra
Tom Lantos con la famiglia.
Sotto: Alice Lok Cahana sulla sepoltura ritrovata della sorella.