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Gli ultimi giorni (The Last Days) di James Moll - 1/2
Echi dall'innominabile
Cosa significa essere ebreo? Perché tale condizione?
Blanchot appronta una triplice risposta: "Esiste perché esiste l'idea di Esodo e l'idea di esilio come giusto movimento; esiste perché attraverso l'esilio e per l'iniziativa rappresentata dall'esodo, l'esperienza dell'estraneità si affermi tra noi in un rapporto irriducibile; esiste perché, grazie all'autorità di questa esperienza, impariamo a parlare" (1). Necessità quest'ultima che, dopo il Disastro, è divenuta imperiosa.
Imparare a parlare
, con gli occhi puntati contro l'orrore. Impresa necessaria quanto più votata al fallimento: la distruzione dell'uomo è intraducibile. Nella fabbricazione su larga scala di morti, l'orrore smette di essere una risonanza individuale e diviene verità collettiva. I sommersi vivono nella coscienza del salvati, attraverso i quali giunge l'eco del loro strazio.
Parlare come se si emettesse un grido compatto e afono, costringendo l'immaginazione di chi ascolta, e non ha vissuto, a indugiare sull'orrore, perdendosi in esso, per interiorizzarne il raccapriccio e, solo dopo, capire.
La comprensione è relativa. Infinite domande e infinite risposte emergono, parziali o acutamente pretestuose come quella di Blanchot, ma il loro contenuto di verità rimane lettera morta se, assieme alla radiografia della catastrofe, una parola, un gesto, un'immagine, un singulto non mostri il punto fino a cui la vita può essere negata, la soglia oltre la quale l'uomo non è più uomo.
Imparare dal brivido trasmesso da opere come Gli ultimi giorni di James Moll (1999), primo documentario della Survivors of Shoah Visual History Foundation, con Steven Spielberg nelle vesti di produttore esecutivo.

Nel 1944, a conflitto perduto, la Germania si accanì con furia inaudita nell'annichilimento degli ebrei, iniziando lo sterminio della più grande popolazione ebraica rimasta in Europa, quella ungherese. Il concentramento, la ghettizzazione e la deportazione avvennero nell'arco di dodici settimane. In nessun'altra nazione come in Ungheria il tutto si consumò con tale rapidità e ferocia.
Il documentario è incentrato sulle testimonianze di cinque ebrei ungheresi: Tom Lantos (fuggito da un campo di lavoro sul Danubio e sopravvissuto braccato a Budapest, fino al termine della guerra), Irene Zisblatt (internata ad Auschwitz), Renée Firestone (Auschwitz), Alice Lok Cahana (Auschwitz), Bill Basch (Dachau).
Le testimonianze sono scandite dal punto di vista di uno storico, dai racconti dei veterani dell'esercito americano e dai resoconti del dottor Hans Münch (ex medico nazista ad Auschwitz) e di Dario Gabbai (ex componente del Sonderkommando ad Auschwitz II, Birkenau).
Il viaggio nel passato dei testimoni – anche fisico, nei campi di annientamento a riposo – è interpuntato da foto su cui è impresso il fulgore della loro gioventù e dai filmati, alcuni inediti, delle marce verso i convogli ("Fu come quando gli ebrei fuggirono dall'Egitto", commenta Alice Lok Cahana), delle cataste umane e delle fosse, dei corpi inceneriti e delle ossa, delle esecuzioni e delle mutilazioni a Dachau, Berger-Belsen, Auschwitz, Buchenwald, Ohrdruf, Majdanek, Nordhausen, Mauthausen.
Affiorano nella memoria le immagini di Notte e nebbia, il mediometraggio del 1956 in cui Alain Resnais alternava le sequenze d'archivio alle riprese a colori dei luoghi del massacro al presente, al suono delle parole di Jean Cayrol, poeta e saggista, sopravvissuto a Mauthausen.

Tra le tante degli Ultimi giorni, un'immagine in particolare scalfisce la sensibilità di chi osserva. Un adolescente, si presume dai tratti esangui, nudo e scheletrito, rivolge smarrito lo sguardo in macchina, mentre un nazista in borghese, sorridente e ben vestito, con aria paciosa e tronfia, afferratolo per un braccio, lo sospinge contro la cinepresa per esibirlo. Sul primo piano del giovane, dissolvenza in nero, sigillo di una disperazione storica che sancisce l'impossibilità di comunicazione tra la vittima subumanizzata e l'aguzzino (grottescamente, brutalmente, ciecamente) superuomo, rendendo tangibile il baratro in cui il linguaggio, con la Storia e la Ragione, si è inabissato.

In misura e modalità differenti, l'impasse si ripropone nel confronto tra Renée Firestone e il dottor Münch, al quale sottopone un documento che attesta che la sorella, morta nell'istituto da lui diretto, fu usata per esperimenti col sangue. Renée insiste per sapere cosa voglia dire lo zero accanto al nome di Klara, ma il dottor Münch ripete evasivamente: "È tutto a posto", ricordando all'ex prigioniera la normalità con cui morivano le persone ad Auschwitz.
È percepibile a fior di pelle quella che Agamben definisce mancata articolazione tra vivente e logos. La voce off di Renée commenta come le sia stato impossibile non arrabbiarsi innanzi al dottore, nella clinica del quale erano morte migliaia di persone. Münch dice di essere stato assolto per aver salvato delle donne dalla camera a gas utilizzandole per test innocui. Quello che disturba maggiormente nelle sue parole, non è tanto il riverbero delle atrocità che sono state commesse sotto la sua egida, quanto piuttosto il tono distaccato e glaciale con cui afferma: "Per coloro che volevano fare esperimenti sul corpo umano, questo era il posto di lavoro ideale. Ad Auschwitz si fecero molti esperimenti…".
Nessun accento di resipiscenza screpola la voce o altera la fisionomia e la postura di quest'individuo rispettabile e perfettamente integrato.
Una paratia lo schermisce, simmetrica all'Ordine che fa genuflettere Eichmann, la Scienza.




[ J.C. segue >>>]

   

1) M. Blanchot, L'infinito intrattenimento, Einaudi, Torino 1977, p. 167.
L'uomo è indistruttibile,
e ciò significa che non c'è limite
alla distruzione dell'uomo.
Maurice Blanchot
raccolta di fieno davanti ad indicazione stradale per Auschwitz
Contadino sulla strada per Auschwitz
Renee Firestone per un vicolo a scale
Irene Zisblatt bacia un'anziana ex vicina di casa
Dov'erano le nostre case.
Sopra: Renee Firestone; sotto: Irene Zisblatt.
Tom Lantos con la moglie tra i nipotini
Alice Lok Cahana ed i familiari tra le fosse comuni
Sopra Tom Lantos con la famiglia.
Sotto: Alice Lok Cahana sulla sepoltura ritrovata della sorella.