McHaney
- Qual'è il vostro nome, prego?
Karolewska
- Karolewska.
McHaney
- Si pronuncia K-a-r-o-l-e-w-s-k-a?
Karolewska
- Sì.
McHaney
- Lei è nata il 15 marzo 1909 a Yeroman?
Karolewska
- Sono nata il 15 marzo 1909 a Yeroman.
McHaney
- Lei è una cittadina della Polonia?
Karolewska
- Sì, sono una cittadina polacca.
McHaney - Ed è venuta qui come
testimone volontariamente?
Karolewska - Sì, sono venuta qui
come testimone volontariamente.
McHaney - Qual'è il vostro indirizzo?
Karolewska - Varsavia, Via Inzynierska,
No, 9, Piano 25.
McHaney - È sposata?
Karolewska - No .
McHaney - I vostri genitori sono in vita?
Karolewska - No, i miei genitori sono
morti.
McHaney - Illustrate al tribunale che
formazione scolastica avete ricevuto.
Karolewska - Ho finito la scuola elementare
ed ho completato la scuola di formazione per insegnanti nel 1928.
McHaney - E che cosa avete fatto fra il
1928 e l'inizio della guerra nel 1939?
Karolewska - Ho lavorato come insegnante
in una scuola per bambini a Grudenz.
McHaney - E quando avete lasciato il posto
di lavoro?
Karolewska - Ho terminato il mio lavoro
nel mese di giugno del 1939 e sono andata in vacanza.
McHaney - E siete tornata di nuovo al
lavoro dopo le vacanze?
Karolewska - No, non sono tornata indietro
perché la guerra era scoppiata e perciò rimasi a Lublino.
McHaney - E che cosa avete fatto mentre
eravate a Lublino?
Karolewska - Ho vissuto con mia sorella
e non ho lavorato.
McHaney - Era un membro del movimento
di resistenza polacco?
Karolewska - Sì, lo ero.
McHaney - E che cosa avete fatto nel movimento
di resistenza polacco?
Karolewska - Ero una messaggera.
McHaney - E siete stata arrestata per
la vostra attività nel movimento di resistenza?
Karolewska - Sono stata arrestata il 13
febbraio 1941 dalla Gestapo.
McHaney - Vostra sorella è stata
arrestata con voi?
Karolewska - Due sorelle e due cognati
sono stati arrestati insieme a me lo stesso giorno.
McHaney - Che cosa è accaduto dopo
che foste arrestati?
Karolewska - Sono stata presa dalla Gestapo.
McHaney - E cosa ha fatto la Gestapo con
voi?
Karolewska - Il primo giorno la Gestapo
ha registrato i miei dati personali e mi ha fatto trasferire in prigione a Lublino.
McHaney - Ed allora che cosa è
accaduto? Esponga la storia completa e ci dica che cosa ha fatto la Gestapo
e dove vi hanno portati.
Karolewska - Sono rimasta 2 settimane
nella prigione di Lublino.
Poi sono stata nuovamente prelevata dalla Gestapo. Mi hanno interrogata ed hanno
cercato di farmi confessare con la forza il mio ruolo nel movimento di resistenza.
La Gestapo voleva che dessi i nomi dei miei compagni. Mi rifiutai e perciò
venni picchiata. Sono stata picchiata da un uomo della Gestapo - con brevi intervalli
- per un tempo molto lungo.
Poi venni chiusa in una cella e, due giorni dopo in piena notte, venni prelevata
per un nuovo interrogatorio. Mi picchiarono ancora.
Rimasi nell'ufficio della Gestapo un'altra settimana e poi venni nuovamente
trasferita nella prigione di Lublino.
Rimasi in prigione sino al 21 settembre 1941. Quel giorno venni trasportata
con altre prigioniere al campo di concentramento di Ravensbrück, dove arrivai
il 23 settembre 1941.
McHaney - Ora, testimone, prima che continuiate,
volete dire al al tribunale se siete stata processata da una corte per la vostra
appartenenza al movimento di resistenza?
Karolewska - Sono stata interrogata soltanto
dalla Gestapo e penso che la sentenza debba essere stata pronunciata in mia
assenza perché nessuna sentenza è stata mai pronunciata di fronte
a me.
McHaney - Bene. Esponete ora al tribunale
cosa vi è accaduto a Ravensbrück
Karolewska - A Ravensbrück ci sono
stati tolti i nostri vestiti ed abbiamo ricevuto
il vestito normale da prigioniere. Poi sono stata trasferita al blocco e vi
sono rimasta in quarantena per 3 settimane.
Dopo 3 settimane siamo state portate al lavoro. Si trattava di un duro lavoro
fisico.
In primavera sono stata trasferita ad un altro lavoro e venni trasferita all'officina,
che era chiamata "Betrieb". Il lavoro era molto duro e in una settimana
dovetti lavorare tutto il giorno e nella successiva tutta la notte.
In quella primavera le condizioni del campo peggiorarono e la fame cominciò
a regnare nell'accampamento. Le razioni erano diventate più piccole.
Eravamo denutrite, esauste,
e non avevamo più la forza necessaria a lavorare.
In quella stessa primavera ci furono tolte scarpe e calze e fummo costrette
a camminare a piedi nudi. La ghiaia nell'accampamento ci feriva i piedi.
La cosa più dura era il cosiddetto "appello", dovevamo stare
in piedi molte ore, a volte anche quattro ore di seguito.
Una prigioniera che aveva tentato di mettersi sotto i piedi un piccolo pezzo
di carta venne picchiata e malmenata in modo inumano.
Dovevamo stare in piedi e prestare attenzione alla chiamata e non ci era concesso
di muovere le labbra perché si sarebbe pensato che stessimo pregando
e pregare era vietato.
McHaney - Ora, testimone, mentre eravate
a Ravensbrück siete stata operata?
Karolewska - Sì, sono stata operata.
McHaney - Quando è accaduto?
Karolewska - Il 22 luglio 1942, 75 prigioniere
del nostro trasporto che veniva da Lublino
vennero convocate dal capo del campo. Rimanemmo in piedi fuori dell'ufficio
del comandante. Erano presenti Kogel, Mandel ed una persona, che più
tardi, ho riconosciuto come il dottor
Fischer.
In seguito siamo state trasferite di nuovo al blocco e ci venne detto di attendere
ulteriori istruzioni.
Il 25 luglio tutte le donne del trasporto giunto da Lublino venne convocato
dalla Mandel, che ci disse che da allora in poi non ci era più concesso
lavorare fuori del campo. Insieme a noi vennero convocate 5 donne che erano
arrivate con un trasporto da Varsavia. A tutte non fu più concesso di
lavorare fuori dal campo.
Il giorno seguente vennero convocate 75 donne e fummo fatte schierare davanti
all'ospedale del campo. Erano presenti Schiedlausky,
Oberheuser,
Rosenthal, Kogel e l'uomo che in seguito ho riconosciuto come il dott.
Fischer.
McHaney - Testimone, vedete
Oberheuser
tra gli accusati qui in quest'aula?
Interprete - La testimone chiede il permesso
di andare più vicino al banco per poterli vedere.
McHaney - Prego.
(La testimone cammina verso il banco e indica la dottoressa
Oberheuser.)
McHaney - E
Fischer?
(La testimone indica il dott. Fischer.)
McHaney - Chiedo che venga registrato
che la testimone ha correttamente
identificato gli accusati,
Oberheuser
e
Fischer.
Giudice Beals - Si registri che il testimone
ha correttamente identificato gli imputati
Oberheuser
e
Fischer.
McHaney - Testimone, avete detto al tribunale
che nel mese di luglio del 1942, circa 75 ragazze polacche, che erano nel trasporto
da Lublino, furono convocate dai medici dell'accampamento di Ravensbrück
Karolewska - Sì.
McHaney - Tra queste ragazze ne furono
selezionate alcune per qualche esperimento?
Karolewska - Quel giorno non capimmo perché
fummo selezionate direttamente dai medici. Lo stesso giorno 10 ragazze su 25
vennero ricoverate nell'ospedale ma non capimmo perché quattro di loro
ritornarono e sei rimasero ricoverate.
Sempre quello stesso giorno le 6 ragazze vennero dimesse dall'ospedale e ritornarono
al blocco dopo che gli era stata praticata una iniezione ma nessuno sapeva che
genere di iniezione fosse.
Il 1° agosto quelle sei ragazze vennero ricoverate di nuovo all'ospedale
e non potemmo rimanere in contatto con loro. Alcuni giorni più tardi
una delle mie compagne passò vicino all'ospedale e venne a sapere da
un'altra prigioniera che erano tutte a letto ed avevano le gambe fasciate.
Il 14 di agosto venni convocata all'ospedale ed il mio nome era stato scritto
su di un pezzo di carta. Non ho mai saputo perché io e altre otto ragazze
fummo convocate. Ricordo che fummo convocate in un periodo nel quale solitamente
venivano eseguite le condanne a morte ed io pensai che stessero per ucciderci
anche perché in precedenza avevano sparato ad altre compagne.
All'ospedale fummo messe a letto e la camerata in cui eravamo venne chiusa.
Nessuno ci disse il motivo per cui ci avevano condotte in ospedale e quando
una delle mie compagne lo domandò non ebbe risposta ma soltanto un sorrisetto
ironico.
Poi arrivò un'infermiera tedesca che mi praticò un'iniezione in
una gamba. Subito dopo venni colta da conati di vomito e cominciai a sentirmi
debole. Venni presa, messa su una barella e trasportata nel luogo dove venivano
praticate le operazioni.
C'erano il dottor Schiedlausky e Rosenthal che mi fecero una seconda iniezione
endovenosa al braccio. Poco prima avevo notato il dottor
Fischer
che - allontanatosi dal tavolo operatorio - stava indossando dei guanti clinici.
A quel punto persi conoscenza e quando mi risvegliai mi accorsi di essere di
nuovo all'ospedale. Recuperai conoscenza per poco e avvertii un dolore intenso
alla gamba. Poi persi di nuovo i sensi.
Solo al mattino mi svegliai nuovamente e vidi che avevo la gamba fasciata dalla
caviglia sino al ginocchio, sentivo un gran dolore e sentivo di avere la febbre
alta. Notai anche che la gamba si era gonfiata dalla punta dei piedi sino all'inguine.
Il dolore e la temperatura crebbero e il giorno successivo vidi che dalla mia
gamba usciva del liquido.
Il terzo giorno mi misero sopra una specie di carrellino e mi portarono in uno
spogliatoio. Fu allora che rividi il dottor
Fischer.
Indossava i guanti di gomma e il camice da sala operatoria. Mi coprirono il
viso con una coperta e non riuscii a vedere cosa mi stavano facendo ma sentii
un dolore fortissimo ed ebbi la chiara sensazione che qualcosa mi stava tagliando
la gamba.
C'erano anche Schiedlausky, Rosenthal e
Oberheuser.
Poi il dottor
Fischer
e gli altri mi cambiarono la fasciatura e durante tutta questa operazione rimasi
bendata. Infine mi rimandarono nella camerata dell'ospedale.
Due settimane più tardi venimmo tutte richiamate ancora una volta alla
sala operatoria e distese sui tavoli operatori. Le bende vennero rimosse e per
la prima volta vidi la mia gamba. L'incisione era così profonda che si
poteva vedere l'osso. Ci dissero che che c'era un dottore, il dottor
Gebhardt,
che veniva da Hohenlychen e che voleva visitarci. Aspettammo per tre ore il
suo arrivo sdraiate sui tavoli operatori. Quando arrivò mi misero un
pezzo di carta sugli occhi ma per un momento me lo tolsero e io riuscii a vederlo.
Dopo la visita venimmo rimandate nuovamente nella camerata dell'ospedale.
L'otto settembre venni rinviata al blocco. Non riuscivo a camminare. Dalla gamba
mi usciva pus, era tutta gonfia e non riuscivo a stare in piedi. Rimasi sdraiata
nel blocco per una settimana intera.
Venni richiamata in ospedale ancora una volta. Non potevo camminare e fui trasportata
di peso da alcune compagne. All'ospedale incontrai alcune compagne che stavano
lì dopo essere state operate.
Quella volta ero veramente sicura che mi avrebbero uccisa perché avevo
visto una ambulanza che sostava davanti all'ufficio e con quell'ambulanza trasportavano
le persone destinate alle esecuzioni. Invece venimmo portate allo spogliatoio
dove la dottoressa
Oberheuser
e il dottor Schiedlausky ci esaminarono le gambe.
Venimmo nuovamente messe a letto e lo stesso giorno nel pomeriggio venni riportata
in sala operatoria ed eseguirono un'altra operazione sulla mia gamba. Venni
addormentata ancora una volta allo stesso modo con una iniezione. Anche questa
volta vidi il dottor
Fischer.
Venni nuovamente rimandata alla camerata dell'ospedale e avvertì dolori
intensissimi e la febbre altissima. I sintomi erano gli stessi. La gamba era
gonfia e dalla ferita usciva pus. Dopo questa operazione le fasciature mi vennero
cambiate ogni tre giorni dal dottor
Fischer.
Circa 10 giorni dopo venimmo nuovamente portate alla sala operatoria e fatte
distendere sui tavoli. Ci venne detto che sarebbe venuto a visitarci il dottor
Gebhardt. Aspettammo
ancora a lungo. Quando arrivò e esaminò le nostre gambe venni
nuovamente bendata. Questa volta arrivarono altre persone insieme a
Gebhardt
ma non saprei dire i loro nomi e non ricordo le loro facce. Finita la visita
venimmo trasportate di nuovo nella camerata dell'ospedale.
Dopo l'ultima operazione mi sentivo molto peggio e non potevo muovermi. Mentre
mi trovavo in ospedale la dottoressa
Oberheuser
mi trattò con crudeltà.
Quando fui nella camerata dissi ad alcune prigioniere che eravamo state operate
in condizioni orribili e che non avevamo alcuna speranza di guarire. Questa
frase venne sentita dall'infermiera tedesca che sedeva nel corridoio perché
la stanza dove eravamo aveva la porta aperta. L'infermiera entrò nella
nostra stanza ci disse di alzarci e di vestirci. Le rispondemmo che non potevamo
eseguire l'ordine perché eravamo piene di dolori alle gambe e non eravamo
in grado di camminare. Allora l'infermiera entrò nella stanza insieme
alla dottoressa
Oberheuser.
La dottoressa ci disse di vestirci e di venire nello spogliatoio. Prendemmo
i nostri abiti e, non potendo camminare, saltellavamo su una gamba ma già
dopo un paio di saltelli dovemmo fermarci per riposare. La dottoressa
Oberheuser
non permise che qualcuno ci aiutasse. Quando arrivammo eravamo esauste. Allora
riapparve la
Oberheuser
e ci disse di tornarcene indietro perché per quel giorno non ci avrebbero
cambiato le fasciature. Non potevo più camminare ma una prigioniera di
cui non ricordo il nome mi aiutò a tornare indietro.
McHaney - Testimone, avete detto al tribunale
che siete stata operata una seconda volta il 16 settembre 1942? Vero?
Karolewska - Sì.
McHaney Quando avete lasciato l'ospedale
dopo questa seconda operazione?
Karolewska - Dopo la seconda operazione
ho lasciato l'ospedale il 6 ottobre.
McHaney - La sua gamba era guarita?
Karolewska - La mia gamba era gonfia e
ciò mi causava grande dolore e dalla ferita usciva pus.
McHaney - Poteva lavorare?
Karolewska - Non potevo lavorare e dovetti
rimanere a letto perché non riuscivo a stare in piedi.
McHaney - Si ricorda quando si è
alzata e ha potuto riprendere a camminare?
Karolewska - Sono rimasta a letto per
parecchie settimane poi mi sono alzata e ho provato a camminare.
McHaney - Quanto tempo è passato
prima che la gamba guarisse completamente?
Karolewska - Il pus fuoriuscì fino
al giugno del 1943 e a quell'epoca la gamba guarì.
McHaney - Ed è stata ancora operata?
Karolewska - Sì, sono stata operata
ancora una volta nel "bunker"
McHaney - Nel bunker? Non in ospedale?
Karolewska - No non nell'ospedale nel
bunker.
McHaney - Vuole spiegare al tribunale
come accadde tutto ciò?
Karolewska - Vorrei avere il permesso
di dire qualcosa su un fatto accaduto nel marzo del 1943, marzo o febbraio del
1943.
McHaney - Certo, dica.
Karolewska - Alla fine del febbraio 1943,
la dottoressa
Oberheuser
ci ha chiamate e ci ha detto
"queste ragazze sono i porcellini d'India
[cavie]" e da allora venimmo chiamate così nel campo.
Capimmo così che eravamo destinate agli esperimenti e abbiamo deciso
di protestare contro quegli esperimenti condotti su persone in buona salute.
Abbiamo preparato una protesta scritta e siamo andate dal comandante del campo.
[...]
Vorrei leggervi il contenuto della nostra petizione:
"Noi, sottoscritte,
prigioniere politiche polacche domandiamo al comandante del campo se è
a conoscenza che dall'anno 1942 si sono svolti all'interno dell'ospedale esperimenti
medici su cosiddetti "porcellini d'India" il che già spiega
il significato di tali esperimenti. Chiediamo di sapere se siamo state operate
come conseguenza di una sentenza pronunciata contro di noi perché, per
quanto ne sappiamo, il diritto internazionale proibisce simili esperimenti su
prigionieri politici". Non ricevemmo nessuna risposta e non ci fu
permesso di parlare al comandante.
Il 15 agosto, 1943, una delle guardie femminili venne da noi e lesse i nomi
di dieci nuove prigioniere e disse di seguirla in ospedale. Ci rifiutammo di
obbedire perché pensammo che si trattasse di una nuova serie di esperimenti.
La guardia ci disse che probabilmente ci avrebbero inviate a lavorare in una
fabbrica fuori del campo. Noi però sapevamo che l'ufficio addetto ad
assegnare le persone al lavoro era chiuso perché era domenica. La guardia
ci disse allora che in ospedale un medico ci avrebbe esaminate prima di andare
al lavoro. Rifiutammo ancora una volta di seguirla perché eravamo sicure
che ci avrebbero mandate all'ospedale dove ci avrebbero nuovamente operate.
Allora arrivò la sovrintendente Binz che lesse ad alta voce i 10 nomi
e tra questi c'era anche il mio. Uscimmo fuori dal gruppo e rimanemmo in piedi,
in linea davanti al Blocco 9. La Binz ci guardò e ci chiese:
"Perché
state allineate come se doveste essere fucilate?" Le rispondemmo che
gli esperimenti erano talmente dolorosi che avremmo preferito essere fucilate
piuttosto che operate di nuovo. La Binz ci disse che ci stava portando al lavoro
e che non si trattava affatto di una operazione ma di uscire dal campo per andare
a lavorare. Noi le rispondemmo che avrebbe dovuto ben sapere che alle prigioniere
del nostro gruppo era stato proibito di uscire dal campo per andare al lavoro.
Allora ci disse di seguirla in ufficio dove ci avrebbe mostrato il documento
che le ordinava di condurci a lavorare fuori dal campo.
La seguimmo e rimanemmo ad aspettarla fuori dell'ufficio. Rimase per un po'
nell'ufficio e poi andò allo spaccio bevande dove si trovava il comandante
del campo per chiedergli che cosa doveva fare. Rimanemmo in attesa davanti all'ufficio
per circa mezz'ora. Nel frattempo una prigioniera che lavorava allo spaccio
bevande ci passò a fianco e ci disse che la Binz aveva chiesto aiuto
alle SS perché ci trascinassero a forza all'ospedale.
Poco dopo la Binz venne fuori dallo spaccio seguita dal comandante.
Noi tememmo che le SS stessero arrivando e abbiamo cominciato a correre via
mischiandoci alle altre prigioniere.
La Binz e le SS arrivarono e ci trascinarono fuori dal gruppo a forza e ci dissero
che saremmo state punite per non aver eseguito i suoi ordini. Così venimmo
condotte al "bunker" e chiuse in due gruppi di cinque in due celle
che potevano contenere soltanto una persona. Le celle erano buie senza alcuna
luce. Rimanemmo chiuse tutta la notte ed il giorno seguente. Dormimmo sul pavimento
perché c'era una sola branda disponibile.
Il giorno successivo ci venne data la colazione che consisteva in una tazza
di caffè e un pezzo di pane nero. Venimmo chiuse dentro nuovamente [...].
Quello stesso giorno nel pomeriggio venimmo a sapere quale sarebbe stato il
nostro destino. La donna di guardia aprì le celle e mi fece uscire, pensai
che mi avrebbero interrogata o picchiata.
Mi fece percorrere il corridoio, aprì una porta e aldilà vidi
il dottor Trommel delle SS che mi disse di seguirlo su per una scala. Seguendolo
mi accorsi che c'erano altre celle ed altri letti. Trommel mi spinse dentro
una cella e mi chiese se ero disposta ad accettare una piccola operazione. Gli
risposi che non intendevo assolutamente sottopormi ad un altro intervento perché
ne avevo già subiti due. Mi rispose che sarebbe stata una operazione
molto piccola e che non mi avrebbe procurato alcun danno. Gli dissi allora che
ero una prigioniera politica e che gli interventi chirurgici non potevano essere
eseguiti su prigionieri politici senza il loro consenso. Mi rispose di stendermi
sul letto. Mi rifiutai e lui me lo ordinò altre due volte e poi uscì
dalla cella ed io lo seguii, Trommel scese velocemente le scale e chiuse la
porta.
Stando dinanzi alla cella mi accorsi che c'era un'altra cella dall'altra parte
delle scale e che c'erano alcuni uomini vestiti con abiti da sala operatoria.
C'era anche una infermiera tedesca pronta per fare una operazione. Vicino alla
scala c'era una barella. Tutto questo mi fece capire chiaramente che stavano
per operarmi nuovamente.
Decisi che mi sarei difesa sino all'ultimo. In quel momento arrivò Trommel
insieme a due SS. Una delle due mi ordinò di entrare nella cella e di
stendermi sul letto, visto che mi rifiutavo mi costrinse con la forza. Trommel
mi afferrò il polso sinistro e mi torse il braccio all'indietro con l'altra
mano cercò di chiudermi la bocca con uno straccio per impedirmi di urlare.
L'altro SS mi afferrò la mano destra, due altre SS mi immobilizzarono
i piedi e avvertii che qualcuno mi stava facendo una iniezione. Mi dibattei
difendendomi a lungo ma diventavo sempre più debole, l'iniezione stava
facendo effetto e persi i sensi mentre sentivo dire a Trommel:
"Bene
è tutto a posto".
Ritornai cosciente ma non so quanto tempo dopo, vidi che una infermiera delle
SS aveva preso i miei abiti e persi di nuovo conoscenza e soltanto al mattino
ritornai in me. Vidi allora che tutte e due le gambe erano strette in una armatura
metallica ed erano fasciate dalle dita dei piedi sino all'inguine. Avvertivo
un dolore intenso e sentivo di avere la febbre alta. Nel pomeriggio dello stesso
giorno una infermiera tedesca nonostante le mie proteste mi fece una iniezione
nella coscia dicendomi che doveva farlo.
Quattro giorni dopo l'operazione arrivò un dottore da Hoehnlychen, mi
fecero ancora un'altra iniezione che mi fece perdere i sensi poiché protestavo
mi dissero che dovevano cambiare la fasciatura. Sentivo ancora un gran dolore
alle gambe e la febbre sempre alta. [...].
McHaney - Quante volte vide
Gebhardt?
Karolewska - Due volte
McHaney - Le chiedo di alzarsi e di andare
vicino al banco degli accusati e vedere se vede tra di loro l'uomo chiamato
Gebhardt.
(la testimone si alza e indica l'accusato Gebhardt).
McHaney - Grazie, torni pure al suo posto.
Chiedo che venga messo agli atti che la testimone ha correttamente riconosciuto
l'accusato
Gebhardt.
Presidente Beals - Sia messo agli atti
che la testimone ha identificato l'accusato
Gebhardt.
McHaney - Non ho altre domande per il
momento.
Durante il processo contro i medici nazisti, svoltosi a Norimberga dal 25 ottobre
1946 al 20 agosto 1947, la testimonianza dell'ex detenuta polacca Wladislawa
Karolewska fu determinante. Su di lei vennero compiuti ben tre operazioni mediche
dagli esiti dolorosi ed invalidanti.
Quella che segue è la traduzione di alcuni passaggi chiave della sua
testimonianza.
La testimone venne interrogata dal pubblico ministero McHaney.